9/15/2016

PROPOSTA PER UNA RIFORMA CONCETTUALE DEL SISTEMA

ONCE UPON A TIME...
C'era una volta una nazione al centro del mediterraneo dotata di un bel territorio e di abitanti allegri e intraprendenti.
In quella nazione lo Stato assicurava loro fin dalla nascita tre cose gratuite uguali per tutti: la sanità dalla nascita alla morte, l'istruzione fino ai venti anni, ed una congrua pensione a partire dai sessant'anni, a prescindere dalla carriera lavorativa di ciascuno.
Queste tre certezze  consentivano un clima sociale ed economico talmente positivo da essere il vero vantaggio competitivo della nazione. La cosa più originale era il sistema pensionistico che aveva ottenuto 4 grandi effetti collaterali:
- un clima di ottimismo durante la vita lavorativa che consentiva a ciascuno di esprimersi al massimo;
- un vero e proprio esercito di "nonni" in grado di aumentare la produttività economica dei figli, che a loro volta più facilmente prolificavano, assicurando una efficace formazione anche affettiva ai nipoti;
-un minor onere sanitario degli anziani, perchè i sessantenni liberati dalla preoccupazione economica potevano occuparsi di e stessi in modo molto pù salubre, riducendo così l'incidenza delle patologie tipiche della terza età;
- maggior disponibilità occupazionali per i giovani che trovavano molti posti liberati dai sessantenni.

In questa nazione  il bilancio dello Stato finanziava senza fare alcun deficit la sanità, l'istruzione e le pensioni, attingendo ai redditi dei lavoratori e delle imprese  nella misura di un terzo senza sconti nè prevaricazioni, attraverso un sistema fiscale così semplice da essere inevadibile. Solo una imposta sui redditi onnicomprensiva  del 33% cui si aggiungeva un aliquota IVA del 17%, nessun altro contributo o gabella di alcun genere.
Del resto nessuno si sognava di evadere, dal momento che riceveva dallo Stato quanto gli serviva, e soprattutto la impagabile certezza psicologica della pensione a 60 anni in una misura che ai tempi nostri potrebbe essere quantificata in un potere d'acquisto pari a duemila euro netti mensili procapite (per cui una coppia di sessantenni riceveva quattromila euro al mese).
Inoltre quella nazione non impediva a coloro che durante la loro vita lavorativa avevano avuto successo ed erano arrivati a guadagnare ben di più, di organizzarsi previdenze private integrative, oppure di continuare a lavorare dopo i sessantanni se lo desideravano. Era una nazione felice proprio perchè l'iniziativa privata e la libertà individuale erano incentivate e favorite al massimo grado. Così che i cittadini più volenterosi, capaci e meritevoli, potevano esprimere pienamente il proprio potenziale. Al contempo però, i più sfortunati, i disagiati e gli incapaci, non venivano abbandonati a se stessi per le cose essenziali, ed avevano tutto l'incentivo di arrivare comunque al traguardo dei sessantanni.
Non a caso lo chiamavano il Belpaese....

Bella favola vero? eppure non irrealistica:

De Pensionibus
       PROPOSTA PER UNA RIFORMA CONCETTUALE DEL SISTEMA
Viviamo tempi grami, economie in stagnazione permanente. Una delle cause non secondarie di questa situazione è la colpevolizzazione del sistema pensionistico occidentale.  Oggi chi è in pensione si sente una specie di ladro, parassita che vive sulle spalle dei più giovani  i quali, poveracci, mai potranno andare in pensione come lui. Tutto ciò, non solo è profondamente ingiusto, bensì anche praticamente sbagliato. Allungare sempre più l'età pensionabile, riducendo al contempo il potere d'acquisto delle future ed attuali pensioni, è la classica via lastricata che conduce all'inferno. Ed è un idiozia se si confronta al trend della robotizzazione. Oggi non è più fantascienza immaginare quanto Keynes auspicava e prevedeva: un mondo in cui il lavoro, specie manuale, lo fanno le macchine e noi umani ce ne stiamo comodamente ai Caraibi. Eppure mentre tutto ciò si avvicina sempre più dal punto di vista tecnologico, da quello politico si allontana drammaticamente. Perchè le elites al potere non intendono condividere i dividendi dell'automazione e vogliono che la massa sempre più colpevolizzata, perchè non lavora (disoccupata o pensionata), se ne stia buona buona con il tozzo di pane che le verrà lasciato. Errore! Cento anni sono passati invano, le elites si apprestano a prendere la medesima cantonata che sprofondò in grande depressione i nostri bisnonni. Perchè se manca il potere d'acquisto ai consumatori la moderna economia non funziona. In pratica si scatena la famosa divaricazione sociale per cui l'1% è sempre più ricco, ed il restante 99% sempre più povero, frutto di una mentalità feudale, leggermente anacronistica.
Che c'entrano le pensioni in questo discorso?
C'entrano, c'entrano, ma per ben capirlo occorre fare un passo indietro, e provare a guardare le cose in modo diverso da come ce le mostrano. Ad esempio: chi l'ha detto che le pensioni devono essere il frutto di contributi versati durante la vita lavorativa, che poi si spendono apppunto dopo?
In realtà, così come i contributi coattivamente versati sono per il bilancio statale una delle varie entrate fiscali, così analogamente le pensioni sono una delle varie uscite o spese che dir si voglia. Per cui nessuno impedisce ad uno Stato di stabilire che , ad esempio, si riducono alcuni tipi di uscite, e se ne aumentano altre. Conosco l'obiezione: poichè la vita media si allunga e la natalità diminuisce, non è sostenibile un regime di spesa pensionistica che non ne tenga conto. Vero, e non vero allo stesso tempo. Dipende dal punto di vista. Anche perchè occorre guardare la società nel suo insieme. Ad esempio, chi lo dice che la spesa pensionistica è improduttiva?  a ben guardare, i nonni che consentono ai figli di meglio lavorare perchè loro pensionati si occupano dei nipoti, rendono o no, un servizio produttivo al sistema economico e sociale? specie se si guarda in prospettiva, perchè al contempo "formano", istruiscono le nuove risorse, e le dotano di una dimensione affettiva indispensabile alla loro buona riuscita futura. Quindi se si considera tale valore aggiunto, il discorso della spesa pensionistica improduttiva cambia radicalmente. Senza considerare che, viceversa, privarsi di tale valore aggiunto, per mantenere al lavoro gente anziana che occupa posti altrimenti disponibili per i più giovani ha un effetto collaterale negativo ben quantificabile e certamente non di poco conto. Non solo: facendoli lavorare sempre più, si impedisce anche che possano fare una vita più salubre, per cui essi vanno a pesare maggiormente sulle spese sanitarie. E' intelligente tutto ciò? Assolutamente no, anche perchè esiste un sistema alternativo come passo a dimostrare sinteticamente  premettendo che il suo grande valore aggiunto sta proprio nel riconoscerlo fin dall'inizio della propria vita evitando così l'incertezza esistenziale che è il nemico numero uno dell'efficienza economica di ogni sistema.
Allora, schematizzando e semplificando, partiamo dall'attuale vita media maschile pari a circa 80 anni. Ebbene la visione di società che propongo si basa su questa partizione vitale per ogni individuo : 25% (0-20 anni) dedicato alla formazione; 50% (20-60 anni) dedicato al lavoro; 25% (60-80 anni) dedicato al pensionamento. Schema di base che assolutamente, in una società liberale quale da me auspicata, non impedisce che poi i singoli facciano diversamente. Cioè si può smettere di studiare a 18 anni, oppure a 28; si può continuare a lavorare fino a cento anni se si vuole e ce la si fa; etc. Così sarebbe auspicabile che esperienze lavorative part time si facciano fin dai 15 anni, e accompagnino anche i percorsi di studio più lunghi, e poi dopo i 60, ma è inutile per ora perdersi in questi dettagli. Il punto è che  lo Stato, in quanto entità coordinatrice e garante dei diritti essenziali, così come deve offrire sanità di base gratuita per tutto il corso della vita, ed istruzione fino ai venti anni, deve pretendere tassazione del reddito fino ai 60 e poi erogare una pensione di base per il resto della vita (che per alcuni non arriverà a 80 e per altri arriverà ben oltre), lasciando liberi gli individui di organizzarsi come vogliono durante quest'ultimo periodo. Tale pensione di base tanto vale darla netta, perchè tassarla equivale ad una partita di giro inutile. Poi naturalmente coloro che durante la propria vita si sono industriati per guadagnare ben più della pensione base si saranno costruite le proprie pensioni integrative, ed avranno altri redditi tassati come da norma vigente. Ma qui non voglio entrare in queste specifiche, è più importante comprendere la rivoluzione concettuale che propongo.
Una pensione base garantita a tutti i cittadini, indipendente dalla loro carriera lavorativa ed erogabile a partire dal compimento del 60esimo anno di età (la reversibilità della medesima resta solo per i superstiti minorenni, fino ai 18 anni). Non solo, questa pensione base deve essere sostanziosa per avere effetti macroeconomici importanti: ai valori attuali duemila euro netti al mese per dodici mensilità. Importante: non verrebbero erogate in nessun caso pensioni di importo superiore, che sono a carico dei piani previdenziali privati che ciascuno si è eventualmente organizzato durante il proprio corso lavorativo. Vengono pertanto aboliti i contributi previdenziali, i lavoratori pagano solo le imposte sul reddito lordo.
Così, lo Stato offre la facoltà agli individui di ritirarsi dal mercato del lavoro con una pensione sufficiente ad un dignitoso tenore di vita, lasciandoli liberi di dedicarsi alla tutela della propria salute e alle tante attività collaterali (incluso consulenze, assistenze ed altre forme con cui la propria esperienza viene messa a frutto) a libera scelta. Altro che andare in pensione il più tardi possibile e con meno soldi possibile, dovrebbe essere proprio l'opposto. Di ciò beneficerebbe il sistema economico, finirebbe la  stagnazione.
Resta il punto chiave. Come si finanzia questo sistema?
Il finanziamento della pensione di base per tutti a 60 anni è dato dal bilancio statale, a sua volta finanziato dalle tasse sul reddito dei 20-60 enni, e naturalmente delle imprese e delle imposte indirette). Avendo eliminato i contributi, saranno maggiori le aliquote fiscali, in modo da mantenere inalterato il gettito ma semplificando il sistema.
Allora facciamo un esempio numerico, tanto per capirci. Ipotizziamo che n Italia su 60 milioni di abitanti ci sono 15 milioni di persone in formazione (fino a 20 anni), 30 milioni di persone in attività lavorativa (fino a 60 anni) ed altri 15 milioni di over 60. Largo circa, cioè queste cifre possono essere calcolate con più precisione e naturalmente sono dinamiche, cioè vanno cambiando anno dopo anno, ma quello che qui mi interessa , ripeto, è spiegare il concetto. Allora quanto costa dare 24 mila euro netti annui  a 15 milioni di persone over 60 a titolo di pensione base, che grarantisce un decoroso  tenore di vita ed una buona capacità di spesa?
360 miliardi di lire (oggi la spesa pensionistica si avvicina ai 300 miliardi, dunque l'aumento sarebbe solo di un 20%, perchè quanto si spende in più sulle pensioni basse, si recupera in parte dalle pensioni alte, talvolta scandalose, e ciò cesserebbe). E a quanto ammontano le entrate fiscali in Italia? a circa il doppio, se detraiamo la partita di giro sulle pensioni (che oggi vengono erogate lorde, ma poi ci si riprende le tasse).
 Al bilancio statale resterebbero a disposizione almeno 360 miliardi per pagare sanità (110), istruzione e altri servizi statali, depurandoli si spera di corruzione e sprechi politici. Dunque? fattibile, niente di irrealistico, e niente deficit. Si otterrebbe però un fortissimo impulso alla domanda aggregata, e alla produttività del sistema paese. Nel lungo termine il vantaggio aumenta a dismisura, perchè ogni nuova persona cresce fin dalla nascita sapendo cosa lo aspetta, e sapendo che - a prescindere dalla famiglia cui il destino lo assegna, sia essa benestante o sfortunata, ed a prescindere dal tipo di lavoro che sarà in grado di fare- arriverà all'ultimo quarto di vita attesa con una accettabile dimensione socio economica, specie se si sarà creato una casa e una famiglia nel frattempo. Sono le aspettative razionali, a beneficio della collettività.
Scusate se è poco.