11/20/2018

NEUREXIT

I sempre più convinti esponenti dell'EUREXIT (coloro che ritengono conveniente per l'Italia uscire fuori dall'euro) hanno fatto di Joseph Stiglitz, premio Nobel 2001 per l'economia, la loro bandiera, perchè questo americano a sua volta da tempo ha preso di mira l'euro, fino a dedicarci un libro(L’euro: come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa, non tradotto in italiano,2016). Va premesso che il prof. Stiglitz fu insignito del famoso riconoscimento, insieme ad altri 2 studiosi, per un suo contributo sulle asimmetrie informative, nell'ambito della microeconomia di cui è specialista. Dunque si può ritenere che quando si occupa di macroeconomia giochi un pò fuori casa. Inoltre si sa che gli americani vedono l'euro come un pericoloso concorrente del loro beneamato dollaro che tanta libertà concede -in quanto unica moneta mondiale -all'impero a stelle e strisce. Legittimo pertanto restare dubbiosi circa i consigli non richiesti che così generosamente Egli concede, specie agli anelli deboli dell'eurozona. Quest'anno si è rivolto all'Italia: il 26 giugno, visto il nuovo governo pentalegato euroscettico, Stiglitz ha scritto un articolo in inglese su Politico, da molti considerato un incoraggiamento all'eurexit. Ma ci sono varie contraddizioni se si legge bene il testo qui
In particolare, dopo critiche ai tedeschi e caso Grecia, arriva a noi:
"A lower exchange rate will allow Italy to export more. Consumers will substitute Italian-made goods for imports. Tourists will find the country an even more attractive destination. All of this will stimulate demand and increase government revenues. Growth will increase, and Italy’s high level of unemployment (11.2 percent, with 33.1 percent youth unemployment) will decrease."
Wow, che bel mondo delle meraviglie! se fosse così saremmo davvero pazzi a non precipitarci a uscire. Peccato Lui dimentichi che ben prima di avere effetti sull'export, il più basso tasso di cambio provocherebbe un forte rialzo dei prezzi dell'energia e delle materie prime che l'Italia importa copiosamente essendone sprovvista. E questo significherebbe una immediata enorme tassa sul potere d'acquisto dei consumatori che si ritroverebbero a sostituire ben poco! E naturalmente le persone scenderebbero in piazza, i sindacati proclamerebbero scioperi a oltranza, per avere ripristinati salari, stipendi e pensioni nella nuova moneta a livelli di potere d'acquisto precedenti. Il che significherebbe per le aziende esportatrici, innanzitutto rialzare i listini prezzi per recuperare gli AUMENTI di materie prime e stipendi,  e solo poi vendere sperando resti qualche margine a favore dei clienti esteri, forse ben misera cosa a fronte di  un paese nel caos. Su queste dinamiche non scrive nemmeno una parola, le salta a piè pari. 
Invece, circa la micidiale questione finanziaria che l'EUREXIT verrebbe ad aprire, Stiglitz scrive: 
"The challenge, of course, will be to find a way to leave the eurozone that minimizes the economic and political costs. A massive debt restructuring, carefully done, with special attention to the consequences for domestic financial institutions, will be essential. Without such a restructuring, the burden of euro denominated debt would soar, offsetting possibly a large part of the potential gains".
Appunto, peccato Lui non spieghi come si fa codesto miracolo. O meglio ci prova, ma...
"From an economic perspective, the easiest thing to do would be for Italian entities (governments, corporations and individuals) to simply redenominate debts from euros into new lira. But because of legal complexities within the EU, and because of Italy’s international obligations, it may be preferable to enact a super-Chapter 11 bankruptcy law, providing expeditious recourse to debt restructuring to any entity for whom the new currency presents severe economic problems. Bankruptcy laws remain an area within the purview of each of the nation states of the EU.  Italy could even choose not to announce that it’s leaving the euro. It could simply issue script (say government bonds) that would have to be accepted as payment for any euro debt obligation. A decrease in the value of these bonds would be tantamount to a devaluation. This would at the same time restore the efficacy of Italy’s monetary policy: Changes in central bank policy would affect the value of the bonds.Of course, there would be a hue and cry from other members of the eurozone. Introducing a parallel currency, even informally, would almost certainly violate the eurozone’s rules and certainly be against its spirit. But this way, Italy would leave it to the other members of the eurozone to decide to expel it.."
E bravo, così ci facciamo espellere e poi?
"To be sure, one shouldn’t underestimate the costs of a large devaluation. Any large change in a key price in an economy is a significant perturbation.The price of foreign exchange is, of course, pivotal in any open economy. It has knock-on effects on the prices of all goods and services. Some — perhaps many — firms will go bankrupt. Some — perhaps many — individuals will see their real incomes decline."
Ahi, allora ci facciamo male, sicuro che ci conviene? Lui conclude riconoscendo che certo è un operazione molto difficile da far funzionare, ma se il nuovo governo (dall'alto della sua esperienza e comprovata capacità) ci riesce, bè allora l'Italia starebbe meglio e l'Europa pure... 
Please, leggetevi l'articolo originale e poi ditemi se chi vorrebbe seguire le orme dell'esimio Professore più che di eurexit non abbia bisogno di NEUREXIT!

11/09/2018

Il sostenibile peso del taglio alla spesa


Ho già dimostrato perchè proporsi di crescere a furia di deficit spending sia insostenibile.
Ora voglio brevemente dimostrare che invece è possibile crescere a furia di spending review.
La regola generale, valida per ogni paese e in ogni epoca, è:
se si sostituisce coeteris paribus spesa pubblica improduttiva (inefficiente e inefficace) con spesa produttiva (sia pubblica che privata) si ottiene un incremento della crescita.
Un caso da manuale è quello italiano, per il quale faccio riferimento a Baldassarri-Piesole “40 anni di spending review. L'Italia al bivio dei tagli alla spesa” ed. Rubattino, appena presentato nel Xii Rapporto sull'economia italiana, dal Centro Studi sull'economia reale. C'è un articolo degli autori sul Sole 24 ore 7 novembre 2018, che sottoscrivo in pieno e consiglio di leggere. Qui ne presento a modo mio i concetti chiave.
Dentro agli 880 miliardi e passa di spesa pubblica prevista per il 2019 dal NADEF gialloverde, ci sono 135 miliardi per acquisto di beni e servizi della Pubblica Amministrazione. Colpisce che essi siano appena poco più del doppio dei 61 miliardi di cosiddetti Fondi perduti (il nome la dice lunga!). O forse sono questi 61 miliardi a essere abnormi? una ventina sono contributi in conto capitale e il resto(40) trasferimenti correnti di cui la metà (20 miliardi) gestiti dalle Regioni. A fronte di tali fondi in continua crescita, ne troviamo appena 36 per i famosi investimenti sempre tanto citati come la mano salvifica, peccato che siano in forte calo negli ultimi anni (nel 2019 circa un terzo in meno rispetto a inizio decennio). Invece i Fondi Perduti sono frutto di ben 450 leggi stratificatesi nel tempo. Come mai il governo del cambiamento non può cambiarne destinazione?
Basti pensare che gli acquisti della PA si sono raddoppiati negli ultimi 20 anni mentre l'inflazione cumulata per il periodo è stata del 50%. Allora basterebbe riportare le lancette alla spesa di 20 anni fa, aumentata dell'inflazione, e spunterebbero fuori 40 miliardi con i quali si azzererebbe il deficit pubblico, provocando un crollo dello spread a 20-30 cts., con risparmio di almeno 30 miliardi nella spesa annua per interessi della restante legislatura.
Oppure, come propongono gli Autori citati, limitarsi a 20 miliardi di minore spesa (che per il resto della legislatura signficherebbero almeno 60 miliardi, senza contare il risparmio per interessi).
Essi poi aggiungono a tale cifra altri 40 miliardi rivenienti dal capitolo TAX EXPENDITURES, che sarebbe più giusto dedicare a un trasparente taglio dell'Irpef e alla mai sufficientemente auspicata abolizione dell'Irap, vera stortura tributaria italica al servizio delle regioni, senza riscontri nei paesi concorrenti e che tanto male fa all'occupazione.
Ma innanzitutto c'è una questione di metodo: invece di partire dalle nuove spese addizionali che si vogliono fare (sussidi,pensioni,etc.) per poi cercare le coperture e non trovandole scaricare tutto sul deficit, occorre partire dai risparmi effettuabili nel bilancio che come visto possono arrivare a cifre molto importanti, e solo dopo decidere come li si vuole utilizzare. Ma è una logica troppo innovativa, questo è un cambiamento che nessuno si sogna di fare anche se a parole sono bravi tutti....Nei fatti la realtà è che il deficit effettivo è stato del 2,4% rispetto al PIL nel 2017 e adesso viene previsto inalterato in percentuale solo perchè si prevede una crescita del denominatore (PIL) all'1,5%.
Morale: se non interverranno fatti nuovi, prepararsi a un deficit effettivo 2019 ben superiore, basti vedere come hanno tenuto ferma a 66 miliardi la spesa per interessi che invece è già proiettata a superare quota 70 miliardi. La Commissione Europea con il suo 2,9% è stata fin troppo generosa.


SPESE STATALI effettivo 2017 (previste per il 2019) in miliardi di euro
66 (66) interessi+
140 (144) beni e servizi+
62 (67) trasferimenti correnti e c/capitale+
264 (282) pensioni +
78 (83) assistenza+
68 (71) investimenti+
164 (170) lavoro dipendente=
totale 841 (883) (di cui 113 (117) sanità)

ENTRATE STATALI
250 (251) imposte dirette+
249 (272) imposte indirette+
226 (242) contributi+
altre 75 (75)=
totale 800 (839)
DEFICIT o indebitamento netto in valore assoluto
-41 (-44) miliardi


ps : salvatevi questa tabellina, non è facile trovarla in giro, e ho faticato non poco a desumerla dal NADEF.





11/06/2018

L'insostenibile leggerezza del deficit


La politica del deficit spending è praticata e auspicata con gran leggerezza, non solo da politicanti e giornalisti bensì anche da qualche professore d'economia(sigh!), eppure essa è insostenibile, specie per i paesi ad alto indebitamento, così come i modi d'essere nella vita adottati con spensierata leggerezza si rivelano pesanti e insostenibili nel celebre romanzo di Milos Kundera.
Prima di passare alla dimostrazione, un veloce riassunto delle puntate precedenti.
John Maynard Keynes inventò questa politica economica negli anni 30 del secolo scorso, quando l'economia mondiale si trovava in una Grande Depressione, originata da varie concause tra le quali spiccava un eccesso di produzione rispetto ai consumi; inoltre si era in epoca di equilibrio nei bilanci statali e i debiti pubblici, per lo più conseguenza di fatti straordinari come la Grande Guerra, erano di entità contenuta.
In tale contesto, l'idea del noto economista: un “temporaneo” ricorso al deficit di bilancio, finalizzato ad aumentare la domanda di beni e servizi (famoso il paradosso delle buche da far scavare e poi ricoprire, per esemplificare la finalità principale del suo deficit spending), facilmente finanziabile sui mercati creditizi senza conseguenze nefaste sui tassi d'interesse e sulle spese di indebitamento.
Fu la “mammella” del secolo, cui tutte le classi dirigenti si attaccarono immediatamente con entusiasmo puerile ben comprensibile: poter spendere senza vincoli di bilancio è il massimo, specie per i politici adusi a considerare i voti elettorali una merce in vendita al miglior offerente.
Così il deficit spending è rimasto imperituro anche se si sono succedute fasi economiche in cui vi era forte crescita (anni sessanta) e la domanda eccedeva l'offerta generando inflazione (anni settanta), per cui qualche importante nazione (anni ottanta e novanta) provò a perseguire il surplus di bilancio e l'abbattimento dei debiti pubblici. Ma poi è arrivata la globalizzazione e a ogni fase di rallentamento congiunturale si è tornati a incrementare i deficit con il risultato di gonfiare i debiti pubblici e di portare alle stelle i tassi d'interesse e le difficoltà di finanziamento. A quel punto, altro che crescita da deficit, si prospettava la recessione da deficit.
Motivo per cui, in mancanza di nuovi Keynes, le banche centrali -contravvenendo ai loro mandati originari- si sono messe a finanziare i debiti pubblici, direttamente o indirettamente, schiacciando i tassi d'interesse fino a farli divenire negativi in alcuni casi, e ciò anche in presenza di crescita robusta perchè -divenendo il nuovo criterio discriminante la paura della deflazione- si postulava una magica soglia obiettivo del 2% di aumento dei prezzi al consumo: solo superandola -e siamo ai giorni nostri-dovrebbero interrompersi le loro “facilitazioni quantitative” (elegante eufemismo inventato per indicare la creazione di mezzi monetari) da cui l'attuale debito mondiale record, pubblico e privato.

Nel frattempo il deficit spending, da manovra eccezionale per stimolare la domanda aggregata in situazione di depressione, è divenuto una costante della politica economica, e l'immaginario collettivo ne è ormai dipendente (a furia di ripeterla acriticamente anche una bugìa diviene vera) e dunque resta inossidabile l'idea che se si riduce la crescita- nonostante il deficit presente e passato- ci vuole altro deficit per farla aumentare. Vi fischiano le orecchie?
Purtroppo però, come anche il Lord Keynes della General Theory (1936) condividerebbe, non esistono pasti gratis a questo mondo. Ne consegue come già adesso, per paesi con alto indebitamento, la politica del deficit spending sia controproducente ai fini della crescita economica, perchè il danno sui tassi d'interesse e sulla capacità di finanziarsi deprime qualsiasi sano sviluppo del prodotto interno lordo.
Infine, c'è la questione della sostenibilità, comprensibile con una elementare metafora che illustra come manovre “eccezionali” -per definizione- non possono divenire permanenti. A esempio, se si vuole dimagrire si può non mangiare. Non c'è dubbio che in breve tempo si dimagrisce, ma poi che succede? Se si continua a non mangiare si muore, magri quanto si vuole, ma si muore, dunque nessuno può promuoverla a politica permanente; piuttosto occorre perseguire un regime nutrizionale sostenibile capace -dopo la fase “una tantum” di dimagrimento- di mantenere stabile il normopeso ottenuto.
Analogamente il sistema economico deve perseguire un ritmo di sviluppo sostenibile nel tempo, senza divenire dipendente da droghe letali (tipo il deficit spending).
Anche perchè, ammesso e non concesso, (specie in Italia, specie se in spesa corrente invece che in investimenti infrastrutturali) il deficit provochi un aumento del PIL in un dato anno, per la medesima logica, azzerando il deficit o anche solo riducendolo rispetto al precedente si provocherà poi un decremento del PIL. Allora c'è una contraddizione palese nel programmare simile diminuzione di deficit negli anni successivi, pretendendo che non siano controproducenti per la crescita.
Insomma se la teoria che ci vuole più deficit per avere più crescita è vera, allora è vero anche il suo contrario. Oppure non è vera, specie quando diviene permanente, e allora è masochismo puro mettersi nelle mani dei creditori. Tertium non datur.

La triste realtà quindi è che affidandosi a questa ricetta obsoleta i politici manterranno sempre il deficit, con l'inevitabile accumulo dello stock di debito dato dalla sommatoria dei disavanzi annuali. Un macigno insostenibile, a lungo andare, a meno di non ricorrere alla più iniqua ed occulta delle tassazioni: l'iperinflazione di una moneta in svalutazione continua, come storicamente avvenuto numerose volte. Ed è sempre finita male per il popolo.


9/15/2016

PROPOSTA PER UNA RIFORMA CONCETTUALE DEL SISTEMA

ONCE UPON A TIME...
C'era una volta una nazione al centro del mediterraneo dotata di un bel territorio e di abitanti allegri e intraprendenti.
In quella nazione lo Stato assicurava loro fin dalla nascita tre cose gratuite uguali per tutti: la sanità dalla nascita alla morte, l'istruzione fino ai venti anni, ed una congrua pensione a partire dai sessant'anni, a prescindere dalla carriera lavorativa di ciascuno.
Queste tre certezze  consentivano un clima sociale ed economico talmente positivo da essere il vero vantaggio competitivo della nazione. La cosa più originale era il sistema pensionistico che aveva ottenuto 4 grandi effetti collaterali:
- un clima di ottimismo durante la vita lavorativa che consentiva a ciascuno di esprimersi al massimo;
- un vero e proprio esercito di "nonni" in grado di aumentare la produttività economica dei figli, che a loro volta più facilmente prolificavano, assicurando una efficace formazione anche affettiva ai nipoti;
-un minor onere sanitario degli anziani, perchè i sessantenni liberati dalla preoccupazione economica potevano occuparsi di e stessi in modo molto pù salubre, riducendo così l'incidenza delle patologie tipiche della terza età;
- maggior disponibilità occupazionali per i giovani che trovavano molti posti liberati dai sessantenni.

In questa nazione  il bilancio dello Stato finanziava senza fare alcun deficit la sanità, l'istruzione e le pensioni, attingendo ai redditi dei lavoratori e delle imprese  nella misura di un terzo senza sconti nè prevaricazioni, attraverso un sistema fiscale così semplice da essere inevadibile. Solo una imposta sui redditi onnicomprensiva  del 33% cui si aggiungeva un aliquota IVA del 17%, nessun altro contributo o gabella di alcun genere.
Del resto nessuno si sognava di evadere, dal momento che riceveva dallo Stato quanto gli serviva, e soprattutto la impagabile certezza psicologica della pensione a 60 anni in una misura che ai tempi nostri potrebbe essere quantificata in un potere d'acquisto pari a duemila euro netti mensili procapite (per cui una coppia di sessantenni riceveva quattromila euro al mese).
Inoltre quella nazione non impediva a coloro che durante la loro vita lavorativa avevano avuto successo ed erano arrivati a guadagnare ben di più, di organizzarsi previdenze private integrative, oppure di continuare a lavorare dopo i sessantanni se lo desideravano. Era una nazione felice proprio perchè l'iniziativa privata e la libertà individuale erano incentivate e favorite al massimo grado. Così che i cittadini più volenterosi, capaci e meritevoli, potevano esprimere pienamente il proprio potenziale. Al contempo però, i più sfortunati, i disagiati e gli incapaci, non venivano abbandonati a se stessi per le cose essenziali, ed avevano tutto l'incentivo di arrivare comunque al traguardo dei sessantanni.
Non a caso lo chiamavano il Belpaese....

Bella favola vero? eppure non irrealistica:

De Pensionibus
       PROPOSTA PER UNA RIFORMA CONCETTUALE DEL SISTEMA
Viviamo tempi grami, economie in stagnazione permanente. Una delle cause non secondarie di questa situazione è la colpevolizzazione del sistema pensionistico occidentale.  Oggi chi è in pensione si sente una specie di ladro, parassita che vive sulle spalle dei più giovani  i quali, poveracci, mai potranno andare in pensione come lui. Tutto ciò, non solo è profondamente ingiusto, bensì anche praticamente sbagliato. Allungare sempre più l'età pensionabile, riducendo al contempo il potere d'acquisto delle future ed attuali pensioni, è la classica via lastricata che conduce all'inferno. Ed è un idiozia se si confronta al trend della robotizzazione. Oggi non è più fantascienza immaginare quanto Keynes auspicava e prevedeva: un mondo in cui il lavoro, specie manuale, lo fanno le macchine e noi umani ce ne stiamo comodamente ai Caraibi. Eppure mentre tutto ciò si avvicina sempre più dal punto di vista tecnologico, da quello politico si allontana drammaticamente. Perchè le elites al potere non intendono condividere i dividendi dell'automazione e vogliono che la massa sempre più colpevolizzata, perchè non lavora (disoccupata o pensionata), se ne stia buona buona con il tozzo di pane che le verrà lasciato. Errore! Cento anni sono passati invano, le elites si apprestano a prendere la medesima cantonata che sprofondò in grande depressione i nostri bisnonni. Perchè se manca il potere d'acquisto ai consumatori la moderna economia non funziona. In pratica si scatena la famosa divaricazione sociale per cui l'1% è sempre più ricco, ed il restante 99% sempre più povero, frutto di una mentalità feudale, leggermente anacronistica.
Che c'entrano le pensioni in questo discorso?
C'entrano, c'entrano, ma per ben capirlo occorre fare un passo indietro, e provare a guardare le cose in modo diverso da come ce le mostrano. Ad esempio: chi l'ha detto che le pensioni devono essere il frutto di contributi versati durante la vita lavorativa, che poi si spendono apppunto dopo?
In realtà, così come i contributi coattivamente versati sono per il bilancio statale una delle varie entrate fiscali, così analogamente le pensioni sono una delle varie uscite o spese che dir si voglia. Per cui nessuno impedisce ad uno Stato di stabilire che , ad esempio, si riducono alcuni tipi di uscite, e se ne aumentano altre. Conosco l'obiezione: poichè la vita media si allunga e la natalità diminuisce, non è sostenibile un regime di spesa pensionistica che non ne tenga conto. Vero, e non vero allo stesso tempo. Dipende dal punto di vista. Anche perchè occorre guardare la società nel suo insieme. Ad esempio, chi lo dice che la spesa pensionistica è improduttiva?  a ben guardare, i nonni che consentono ai figli di meglio lavorare perchè loro pensionati si occupano dei nipoti, rendono o no, un servizio produttivo al sistema economico e sociale? specie se si guarda in prospettiva, perchè al contempo "formano", istruiscono le nuove risorse, e le dotano di una dimensione affettiva indispensabile alla loro buona riuscita futura. Quindi se si considera tale valore aggiunto, il discorso della spesa pensionistica improduttiva cambia radicalmente. Senza considerare che, viceversa, privarsi di tale valore aggiunto, per mantenere al lavoro gente anziana che occupa posti altrimenti disponibili per i più giovani ha un effetto collaterale negativo ben quantificabile e certamente non di poco conto. Non solo: facendoli lavorare sempre più, si impedisce anche che possano fare una vita più salubre, per cui essi vanno a pesare maggiormente sulle spese sanitarie. E' intelligente tutto ciò? Assolutamente no, anche perchè esiste un sistema alternativo come passo a dimostrare sinteticamente  premettendo che il suo grande valore aggiunto sta proprio nel riconoscerlo fin dall'inizio della propria vita evitando così l'incertezza esistenziale che è il nemico numero uno dell'efficienza economica di ogni sistema.
Allora, schematizzando e semplificando, partiamo dall'attuale vita media maschile pari a circa 80 anni. Ebbene la visione di società che propongo si basa su questa partizione vitale per ogni individuo : 25% (0-20 anni) dedicato alla formazione; 50% (20-60 anni) dedicato al lavoro; 25% (60-80 anni) dedicato al pensionamento. Schema di base che assolutamente, in una società liberale quale da me auspicata, non impedisce che poi i singoli facciano diversamente. Cioè si può smettere di studiare a 18 anni, oppure a 28; si può continuare a lavorare fino a cento anni se si vuole e ce la si fa; etc. Così sarebbe auspicabile che esperienze lavorative part time si facciano fin dai 15 anni, e accompagnino anche i percorsi di studio più lunghi, e poi dopo i 60, ma è inutile per ora perdersi in questi dettagli. Il punto è che  lo Stato, in quanto entità coordinatrice e garante dei diritti essenziali, così come deve offrire sanità di base gratuita per tutto il corso della vita, ed istruzione fino ai venti anni, deve pretendere tassazione del reddito fino ai 60 e poi erogare una pensione di base per il resto della vita (che per alcuni non arriverà a 80 e per altri arriverà ben oltre), lasciando liberi gli individui di organizzarsi come vogliono durante quest'ultimo periodo. Tale pensione di base tanto vale darla netta, perchè tassarla equivale ad una partita di giro inutile. Poi naturalmente coloro che durante la propria vita si sono industriati per guadagnare ben più della pensione base si saranno costruite le proprie pensioni integrative, ed avranno altri redditi tassati come da norma vigente. Ma qui non voglio entrare in queste specifiche, è più importante comprendere la rivoluzione concettuale che propongo.
Una pensione base garantita a tutti i cittadini, indipendente dalla loro carriera lavorativa ed erogabile a partire dal compimento del 60esimo anno di età (la reversibilità della medesima resta solo per i superstiti minorenni, fino ai 18 anni). Non solo, questa pensione base deve essere sostanziosa per avere effetti macroeconomici importanti: ai valori attuali mille euro netti al mese per dodici mensilità. Importante: non verrebbero erogate in nessun caso pensioni di importo superiore, che sono a carico dei piani previdenziali privati che ciascuno si è eventualmente organizzato durante il proprio corso lavorativo. Vengono pertanto aboliti i contributi previdenziali, i lavoratori pagano solo le imposte sul reddito lordo.
Così, lo Stato offre la facoltà agli individui di ritirarsi dal mercato del lavoro con una pensione sufficiente ad un dignitoso tenore di vita, lasciandoli liberi di dedicarsi alla tutela della propria salute e alle tante attività collaterali (incluso consulenze, assistenze ed altre forme con cui la propria esperienza viene messa a frutto) a libera scelta. Altro che andare in pensione il più tardi possibile e con meno soldi possibile, dovrebbe essere proprio l'opposto. Di ciò beneficerebbe il sistema economico, finirebbe la  stagnazione.
Resta il punto chiave. Come si finanzia questo sistema?
Il finanziamento della pensione di base per tutti a 60 anni è dato dal bilancio statale, a sua volta finanziato dalle tasse sul reddito dei 20-60 enni, e naturalmente delle imprese e delle imposte indirette). Avendo eliminato i contributi, saranno maggiori le aliquote fiscali, in modo da mantenere inalterato il gettito ma semplificando il sistema.
Allora facciamo un esempio numerico, tanto per capirci. Ipotizziamo che n Italia su 60 milioni di abitanti ci sono 15 milioni di persone in formazione (fino a 20 anni), 30 milioni di persone in attività lavorativa (fino a 60 anni) ed altri 15 milioni di over 60. Largo circa, cioè queste cifre possono essere calcolate con più precisione e naturalmente sono dinamiche, cioè vanno cambiando anno dopo anno, ma quello che qui mi interessa , ripeto, è spiegare il concetto. Allora quanto costa dare 12 mila euro netti annui  a 15 milioni di persone over 60 a titolo di pensione base, che garantisce un decoroso  tenore di vita ed una buona capacità di spesa?
180 miliardi di lire (oggi la spesa pensionistica si avvicina ai 240 miliardi, dunque un calo di circa 30%, perchè quanto si spende in più sulle pensioni basse, si recupera  dalle pensioni alte, talvolta scandalose, e ciò cesserebbe). E a quanto ammontano le entrate fiscali in Italia? a circa il doppio, se detraiamo la partita di giro sulle pensioni (che oggi vengono erogate lorde, ma poi ci si riprende le tasse).
 Al bilancio statale resterebbero a disposizione almeno 360 miliardi per pagare sanità (110), istruzione e altri servizi statali, depurandoli si spera di corruzione e sprechi politici. Dunque? fattibile, niente di irrealistico, e niente deficit. Si otterrebbe però un fortissimo impulso alla domanda aggregata, e alla produttività del sistema paese. Nel lungo termine il vantaggio aumenta a dismisura, perchè ogni nuova persona cresce fin dalla nascita sapendo cosa lo aspetta, e sapendo che - a prescindere dalla famiglia cui il destino lo assegna, sia essa benestante o sfortunata, ed a prescindere dal tipo di lavoro che sarà in grado di fare- arriverà all'ultimo quarto di vita attesa con una accettabile dimensione socio economica, specie se si sarà creato una casa e una famiglia nel frattempo. Sono le aspettative razionali, a beneficio della collettività.
Scusate se è poco.

9/13/2016

Un Ape confusa

Un Ape confusa

 Che Dio salvi l'Italia. L'approssimazione, la furbizia e l'incapacità vigenti sono veramente fuor di misura. Prendiamo il caso di questa povera APE.
 Un anno fa avevo dato al governo un idea semplice e chiara.

La pubblicai qui, vari siti la ripresero, a cominciare da Italia e co, per finire a Wall Street italia che però sbagliò il titolo, perchè lo storpiò in "Anticipo della pensione a costo zero" che già induce in confusione specie chi si ferma ai titoli (la maggioranza).
 Il governo Renzi che fece? copiò l'idea, ma se ne impossessò a suo modo, cioè volendo farsi sopra pubblicità a breve termine, danneggiandosi a lungo termine (stile 80 euro,  dove dopo si è scoperto come i più poveri li devono restituire). Il solito Renzi e collaboratori vari. Non conosco Nannicini, che si è fatto alfiere di questa proposta, ma certo devo tirargli le orecchie. Invece di presentare questa libertà in più offerta a una piccola platea di esodati a costo zero per la finanza pubblica,  ha voluto presentarla come una specie di riforma della Fornero (che non è assolutamente, altrimenti non otterrebbe il placet europeo), con il risultato di iniziare un lunghissimo traccheggiamento con i sindacati, mentre per mesi e mesi l'opinione pubblica è stata tratta in inganno come se ci fosse in ballo la possibilità di andare in pensione prima, salvo poi scoprire che c'è un "costo" per il pensionato anticipato, allora si ritrae disgustata di essere finita in mano alle solite banche strozzine
Un disastro, che ora passerà addirittura come una "sperimentazione" biennale. Ma che si deve sperimentare??? Tutto cade nel ridicolo, mentre invece la mia idea originaria era così semplice e indiscutibile. Tanto da poter essere copiata da molti altri paesi. Di che si tratta? andatevela a rileggere nel mio blog.http://michelespallino.blogspot.it/2015/08/prestito-sulla-pensione-costo-zero-per.html
 Alla fine, anche se con rimborso ventennale, sempre di prestito si tratta! E solo questo è, perchè anche oggi qualsiasi individuo può dimettersi dal lavoro, se una banca gli concede un prestito garantito dalla pensione futura, più assicurazione in caso di premorienza. E' come un mutuo immobiliare, solo che invece dell'immobile il sottostante è la pensione già maturata e che lo Stato dovrà comunque erogare. Dunque il titolo scelto dal governo (APE) è sbagliato: non è un anticipo di pensionamento, è un mutuo sulla pensione, che farà presumibilmente solo chi è esodato o chi se lo può permettere. Attiene alla sfera delle libere situazioni individuali, lo Stato tramite l'INPS semplicemente facilita ed intermedia rispetto a banche ed assicurazioni. Prevedibile che saranno ben pochi (io calcolo al massimo 10 mila l'anno) coloro che ne usufruiranno. Troppo poco per governi iper politicizzati e che pensano ai milioni di voti? senz'altro. Per cui fra due anni il prossimo governo lascerà perdere. Povera Italia, se per una cosa così semplice si fa tutta questa confusione, come meravigiarsi poi di tutto il resto?

ps:
appena visto il testo finale del governo, c'è un errore macroscopico, vale a dire un buco nel periodo del prestito che può essere anche triennale e più: se la persona muore durante questo periodo chi paga??? e gli interessi su questo periodo???