10/29/2006

La Nota sui mercati 28.10

La settimana 23-27 ottobre 2006

ECONOMIA: PIL+FED
Con la prima stima del PIL americano nel terzo trimestre (suscettibile di revisioni anche corpose) collocatasi ben al di sotto delle previsioni di consensus, e cioè all'1,6% ("reale", annualizzato), si conclude una settimana che ha rispostato il pendolo verso i timori di recessione prossima ventura.
Il tasso di crescita del Pil nominale (quello che conta per me) si è dimezzato rispetto al trimestre precedente, al 3,4%: per chi considera l'inflazione come minimo a questo livello, significa stagnazione completa; ma anche per chi dà fiducia all'inflazione ufficiale che in questo caso è stata stimata addirittura in calo all'1,8% (il cosiddetto deflatore del PIL)lasciando quindi spazio al sopra citato 1,6% di crescita "reale", è un segnale di allarme.
Andando nel dettaglio vi è da dire che i consumi sono risultati però in crescita al 3,1% così come gli investimenti, e che la caduta del PIl è da imputare al crollo del settore edilizio (-17%), cui si aggiungono il deficit estero crescente e le scorte calanti. All'interno dei consumi vi è un dato gonfiato sulle automobili che il prossimo trimestre verrà meno e dunque, morale della favola: come al solito vi è spazio sia per gli ottimisti (che considerano questo il minimo , e prevedono una ripresa già dal prossimo trimestre), che per i pessimisti (quarto timestre ancora più basso e poi recessione nel 2007).
Prima di sposare una delle due tesi, preferisco aspettare i dati del flusso dei fondi creditizi nel terzo trimestre. Ricordo che nel secondo trimestre il principale sostegno è venuto dall'abbuffata creditizia (+10% contro +8% del primo). Già si sa comunque che i prestiti bancari si stanno espandendo al ritmo del 15%, per cui il credito totale sarà sempre nei pressi del 10% come minimo; e ciò, nonostante i profitti aziendali e i cash flows appaiano crescenti (vi dovrebbe essere meno bisogno di indebitarsi). La verità è che l'enorme gap tra espansione creditizia e bisogni finanziari dell'economia reale continua ad espandersi. Il che spiega perchè i mercati azionari continuano a salire, i rendimenti a restare sui minimi, ed i già bassi spread creditizi divengano ancora più bassi, mentre i mercati emergenti si inflazionano in modo spettacolare. Per cui la contrazione del PIL , ampiamente dovuta allo "sboom" immobiliare e al deficit estero, non è certamente causata dalle condizioni finanziarie che invece continuano a pompare il pompabile.
Tornando alla congiuntura, i precedenti dati della settimana erano stati anch'essi negativi con gli ordini di beni durevoli- al netto dei trasporti- stagnanti; e con le vendite di case in ulteriore calo, ma soprattutto -per la prima volta- con prezzi immobiliari in riduzione di circa il 2% mediamente rispetto a un anno fa.
E la Fed in tutto questo? chi temeva che avrebbe messo l'accento sull'inflazione, ha tirato un respiro di sollievo; la Fed, uno dei più grandi produttori di inflazione del mondo, ha mostrato il solito ottimismo al riguardo, ed ha anche voluto incoraggiare circa la crescita: con una frase nuova aggiunta al precedente comunicato ha assicurato il popolo che la crescita economica continuerà seppur a ritmo moderato.
Insomma , a pochi giorni dalle elezioni, gli uomini nominati da Bush non potevano che dipingere il migliore dei mondi possibile.
E i mercati? drogati come al solito, sono saliti: sia le quotazioni azionarie che quelle obbligazionarie (cioè rendimenti in calo). Del resto fanno parte del piano di sostituzione delle bolle: man mano che quella immobiliare si sgonfia, loro si gonfiano, nella speranza di mantenere alto il morale dei consumatori (e degli elettori). Allo stesso scopo si mantiene per ora frenato il prezzo del petrolio.
Vedremo dopo il 7 novembre.
Finito lo sforzo elettorale, e soprattutto se i democratici vinceranno, le stesse mani forti che hanno fin qui sostenuto la baracca, secondo me, non solo tireranno i remi in barca, ma avranno anche interesse a far esattamente il gioco contrario. Petrolio al rialzo, borsa al ribasso e rendimenti al rialzo.Un primo segnale in questo senso si sta avendo sul dollaro (il cui tasso di cambio, all'americano medio non importa): con la scusa dei dati deboli (ma fino a poco tempo fa questi erano stati ignorati) qualcuno lo ha venduto, in un contesto di dichiarazioni provenienti da più parti (inclusi gli asiatici) per cui non è da escludere che possa partire un altra fase di svalutazione, magari contenuta.
A parte il petrolio che ho già comprato, conto di inserire in asset delle posizioni coerenti con queste previsioni; ma- per restare fedele all'impostazione prudenziale, ed avere al contempo delle stoploss contenute e un pò di respiro onde evitare di venire stoppato da svarioni temporanei - questa volta opererò con strutture in opzioni, scadenza novembre-dicembre.

MATERIE PRIME : comprato petrolio
Il petrolio dopo un doppio minimo da manuale nella giornata di lunedì ha iniziato a salire, e martedì l'ho comprato sulla scadenza dicembre a 59,3. Timing del momento ottimale ed infatti già mercoledì arrivava fino a 61,7 in scia a un decremento delle scorte; poi giovedì ritracciamento classico appena sotto 60 e venerdì conclusione a 60,75 che lo lascia tecnicamente bene impostato. Fondamentalmente, a parte i miei ragionamenti sopra esposti, l'avvicinarsi dell'inverno ed il recente taglio OPEC, fanno ritenere possibile come minimo un allungo in area 65.
Stoploss ideale adesso sotto il recente doppio minimo , a 58.
Fermo il gas naturale a 8,2 (scad. marzo 07).
Il settore dei metalli ha concluso sostanzialmente stabile:
l'oro a 601(dicembre) il rame a 340 (dicembre) l'argento a 12,08(dicembre); il platino a 1080(gennaio) il palladio a 323(dicembre).
L'indice generale CRB(dicembre) a 313(+2%)
Posizione di lungo termine: al rialzo
Posizione di medio termine: al rialzo
Posizione asset: comprato petrolio

CAMBI: dollaro venduto
Il dollaro è sopravvalutato di almeno il 30%. Come scrivevo nelle precedenti note, è già sbagliato tenerlo a questi livelli come fanno gli asiatici, ma una sua rivalutazione sarebbe un atto masochistico senza precedenti .Ecco perchè dunque la resistenza tecnica di 87 ha tenuto ed ora conclude a 85,3. Lo scenario più probabile rimane che lo tengano in range, anche se questa settimana vi è stato qualche segnale nel senso di una sua possibile svalutazione, magari limitata,come sopra accennato.
L'eurodollaro scad. dicembre dopo aver cominciato appena sotto 1,26, è rimbalzato con convinzione sfruttando i dati deboli USA e quelli forti europei (tra cui M3 al record dell'8,5% che rende praticamente certo un ulteriore rialzino della BCE a dicembre) concludendo sui massimi a 1,277. Tra i segnali che citavo, vi è stata una dichiarazione giapponese secondo la quale lo yen non ha senso che continui ad indebolirsi. Così dopo una settimana debole, soprattutto contro euro , che lo aveva riportato sopra 150 a causa di un inflazione inferiore al previsto, la moneta nipponica è stata al centro di un rally notevole venerdì: a 149 con euro e a 117 con dollaro.
L'indice generale del dollaro a 85,3(dicembre) -1%
Posizione di lungo termine: dollaro al ribasso
Posizione di medio termine: dollaro laterale
Posizione asset: nulla

OBBLIGAZIONI: rendimenti in discesa
Il combinato disposto dei dati macro deboli e della fed morbida, ha provocato un sensibile calo dei rendimenti: torna a prevalere l'attesa di un ribasso dei tassi nel 2007.
Negli USA come saldo settimanale il future sul tasso a tre mesi scad.dicembre 2007scende di ben 16 cts. al 4,83% , il 2 anni scende di 12 cts. al 4,75% il quinquennale di 13 al 4,63 il decennale di 12 cts. al 4,67 il trentennale di 11 cts. al 4,8.
In Europa il Bund decennale scende di 4 cts. al 3,8% ed in Giappone il decennale scende di 6 cts. al 1,73%; il tasso sul debito dei paesi emergenti scende anch'esso di 10 cts mediamente.
Posizione di lungo termine: al rialzo dei rendimenti
Posizione di medio termine: laterale
Posizione asset: nulla

BORSE: ancora sù
Wally termina con una flessione post PIL che non riesce però ad annullare i guadagni precedentemente accumulati nella settimana, attizzati dal comunicato Fed, mentre gli annunci societari continuano a risultare positivi.
Per la settimana concludono: il Dow a 12090(+0,7%) lo sp500 a 1377(+0,7%) il nasdaq a 23502(+0,3%), il nasdaq100 a 1731(+0,5%), il Russell2000 (+0,5%); tra i settori, trasporti(+0,9%) i semiconduttori(+1%) le biotech (+2,7%) i broker/dealer(+2%) le banche(+0,3%).
Tokyo sale a 16669(+0,1%) di nikkey, in Europa dax tedesco a 6262(+1%) il footsie inglese a 6160(+0,1%), il cac francese a 5396(+0,5%) e l'Italietta senza la benchè minima speranza, in cui già è stato intonato il canto funebre per lo sgangherato governo Prodi: l'SPmib a 39333(-0,4%) ed il Mibtel a 30217(-0,1%).
Tra le borse mondiali Brasile +1,8% India +0,4% Cina +1% quella Russa ferma.
Posizione di lungo termine: al ribasso
Posizione di medio termine: laterale
Posizione asset: nulla

PREVISIONI: aspettando le elezioni
Settimana piena. Lunedì si inizia con i dati sulla produzione giapponese, mentre dagli USA escono per settembre redditi e spese delle famiglie, e il relativo deflatore dei prezzi, ed inoltre parleranno Lacker(quello dissenziente) e Moskow della Fed. Martedì vi saranno molti dati giapponesi ed europei, mentre dagli USA arrivano : il costo del lavoro, l'indice di fiducia dei consumatori e quello di Chicago per ottobre. Mercoledì USA uber alles: mutui ipotecari, vendite di auto, scorte petrolifere, spesa in costruzioni e ISM manifatturiero di ottobre; inoltre discorsetto di Bernanke.
Giovedì dopo gli indici manifatturieri europei e la disoccupazione tedesca, sarà la volta della BCE: non dovrebbe toccare i tassi ma confermare che lo farà a dicembre; dagli USA produttività,ordini alle fabbriche ed un membro della Fed.
Infine Venerdì vendite al dettaglio ed indici dei servizi dall'Europa prima del gran finale americano: alle 14,30 i dati sul mercato del lavoro, alle 16 l'ISM dei servizi ed in serata interventi di altri due esponenti Fed.
Negli USA il pacchetto di dati settimanale dovrebbe creare volatilità nei due sensi, essendo probabile che i dati si alterneranno, forti e deboli.

ASSET: riepilogo (cifre per asset da centomila)
Comprato un mini crudo scad. dicembre a 59,3 chiude a 60,75(+725$).
Il saldo delle operazioni chiuse da inzio anno, dopo aver pagato le commissioni, è a +3450 euro (con 19 operazioni effettuate su eurodollaro+ 5 sul nasdaq+2 su gas naturale+1 su eurosvizzero+2 su oro+1 su argento+4 su bond+1 su euroyen+2 su petrolio+1 su s&p500+1 su dowjones); il rendimento complessivo, tenuto conto delle minus/plus in portafoglio, e del rateo di interessi maturato, è pari al +5,5% ed equivalente al +6,6% su base annua se si mantiene questo ritmo; come liquidità impegnata, i margini sui futures assorbono 1,5% ed il 98,5% è in conto corrente al 2,37% netto (3,25% tasso iwbank).

10/26/2006

Speciale India

Speciale India

Oltre alla Cina, vi è un altro gigante asiatico tornato di recente alla ribalta con le sue elezioni politiche: l'India, che conta un miliardo di abitanti.
L'India è una terra di grandi contrasti, un forte capitale umano capace tecnologicamente coesiste con infrastrutture arretrate ed una povertà disumana. Di recente però sono stati realizzati alcuni miglioramenti e dopo decenni di false partenze, ora sembra che un nuovo approccio allo sviluppo economico stia finalmente attecchendo. Se questo si confermerà, vi saranno emormi implicazioni per l'economia asiatica e quella mondiale.

La prima tentazione è quella di comparare l'India alla Cina, per cercare di capire quale di questi due giganti ha l'approccio migliore allo sviluppo. In realtà non c'è alcun motivo di porre in competizione le due economie: non si tratta di Cina o India, bensì di tutte e due. Ognuna di esse ha un contesto nettamente diverso, culturale e sociale, ma tali contesti appaiono più complementari che alternativi nella misura in cui li si inquadrano nel grande mosaico della globalizzazione. Certo, la Cina viene prima, ed è sulla bocca di tutti, ma la sua emersione è servita anche all'India.Dal momento che il mondo ha finalmente preso coscienza del miracolo cinese, si è aperta la porta anche alla comprensione del possibile miracolo indiano. Semplificando possiamo sintetizzare dicendo che l'India sta ai servizi come la Cina sta alla produzione manifatturiera. Il progresso manifatturiero è tipicamente l'unità di misura usata per calcolare il grado di sviluppo delle nazioni emergenti. E se si guarda all'India da questo punto di vista, non c'è confronto. La Cina ha dedicato la sua enorme riserva di risparmio interno (circa il 40% del PIL) a edificare alcune tra le migliori infrastrutture che si possano oggi vedere al mondo. Ed è stata abile nell'attrarre massicci afflussi di investimenti diretti esteri come modo per acquisire tecnologia, esperienza manageriale e fabbriche in grande quantità: circa 53 miliardi di dollari all'anno dal 2000. L'India soffre nel confronto perchè non ha avuto nulla di tutto ciò, pur avendo un risparmio nazioanle del 24% del PIL, poco più della metà di quello cinese.Ne è risultata una capacità nettamente inferiore di sviluppo delle infrastrutture.Come si legge nell' India Infrastructure Report 2004 “…perfino relativamente al nostro reddito, le nostre carenze di acqua ,strade, sanità, istruzione ed elettricità, sono ipressionanti.”
Del resto gli afflussi di capitale estero nel 2003 sono stati meno di un decimo di quelli pervenuti in Cina. Ma in realtà non è solo in questo modo che l'India va vista. La sua forza è altrove, e precisamente in un capitale umano elevato.Questa forza si vede nella creazione di aziende di servizi informatici a livello mondiale, come Infosys e Wipro, nonchè conglomerate di servizi sussidiari come Reliance e Tata.Queste aziende sono state capaci di supplire alle grandi carenze in infrastrutture e in capitali esteri. Autosufficienti in energia elettrica, sono state capaci di generare capacità di back-up, per la quale la sola infrastruttura necessaria è quella delle telecomunicazioni.Ed in questo caso, il governo Indiano ha agito saggiamente, focalizzandosi sulla deregolamentazione delle telecom e nella facilitazione della connettività sia nei mercati interni che verso le destinazioni estere. I risultati parlano da soli: per fine 2003, la crescita nei servizi è stata del 10% annuo, ben sopra il +6% della produzione industriale. Per la prima volta, i servizi hanno superato quota 50% del PIL, (erano al 40% nel 1991) e si avvicna al 65% medio delle nazioni sviluppate.Le esportazioni di servizi informatici hanno raggiunto i 4 miliardi di dollari, raddoppiandosi rispetto al 2001. Gli USA sono importatori dei due terzi dei servizi indiani.
L' Industria del software indiano impiega attualmente circa 785 mila persone, con un aumento del 60% rispetto ai 500 mila di due anni fa, e si prevede un aumento del 50% annuo per fine 2005. Non ci sono preoccupazioni circa i limiti alle assunzioni: nel solo 2002 si sono laureati 290 mila ingegneri, e le università indiane sono di ottimo livello. Questo trend è emblematico del potente cambiamento in atto, e fa pensare a nuove durature sfide competitive alle legioni di esperti informatici americani il cui costo è enormemente superiore. Si chiama globalizzazione, ed è così che funziona.
Ma è importante sottolineare che, contrariamente a quanto si crede, il successo indiano nei servizi non dipende solo dal minor costo del lavoro qualificato lì disponibile; certo, il risparmio è enorme perchè si parla di salari pari al 15-20% di quelli occidentali. ma la forza del modello indiano non riguarda solo i serivzi commodity come i call-center e la gestione dati, bensì anche un ampio spettro di di attività che includono funzionalità di ordini ed acquisti, contabilità, assicurazioni, cioè un ampia gamma fi funzioni di controllo aziendali. Di recente gli indiani hanno conquistato settori come quello medico, quello attuariale, quello legale. Questo perchè c'è una naturale inclinazione verso applicazioni informatiche , dal software di programmazione, alle piattaforme multimediali, ai sistemi di supporto ed ai network gestionali.
La lista è lunga, ma per le aziende indiane la punta di diamante viene dallo sviluppo di soluzioini sistemiche integrate per i clienti. Si tratta di un vero e proprio "cavallo di troia" guidato inizialmente dal minor costo del lavoro che rende l'outsourcing estremamente attraente per migliorare l'efficienza aziendale nelle aziende occidentali; ma poi gli indiani si mostrano capaci di trasferire questa opportunità al livello successivo, fornendo sinergie realizzate con soluzioni collaborative che coinvolgomo funzioni prima segmentate. E attaccano questi sistemi integrati a network globali capaci di trasferire le funzioni gestionali e di controllo in tutto il mondo durante le 24 ore. Il che rivoluziona il vecchio concetto secondo il quale le aziende di servizi globali devono essere localizzate vicine ai loro clienti principali. Il modello indiano consente invece nuove potenti strategie, al di là dei risparmi sul costo del lavoro.
La nazione è orgogliosa di ciò che ha ottenuto negli ultimi 12 anni nel settore informatico, ma ancora ritiene che la manifattura sia la chiave alla prosperità. E' un attaccamento al vecchio concetto, ed influenza tuttora la classe politca che ritiene l'indistria manifatturiera la fonte primaria di occupazione. Invece gli sviluppi tecnologici recenti hanno ribaltato la situazione. Oggi l'industria manifatturiera assorbe sempre meno personale. Ed invece, i servizi sono a pià alta intensità di lavoro, specialmente nelle attività basate sulla conoscenza, tipiche dell'era informatica. Per una grande nazione come l'India, un modello di sviluppo guidato dai servizi sembra ideale sia per la sua più grande forza di capitale umano, sia per i suoi grandi bisogni di occupazione e di lotta alla povertà. Il fatto poi che oggi i servizi informatici siano commerciabili in tutto il mondo, è proprio ottimale. L'eleganza delle produzioni manufatturiere indiane è nota, ma non riescono a sfondare. L'approccio basato sui nuovi servizi è quindi un alternativa ottima, ma ancora oggi si scontra con con la mentalità del passato. Comunque sta emergendo un nuovo orientamento ed una nuova determinazione, dopo decenni di false partenze ed errori governativi; questo gigante asiatico ha adesso, finalmente, assorbito i costi fissi della democrazia. Riforme cominciate ad inizio anni 90 stanno iniziando ad avere effetti . A differenza della Cina, l'India ha un sistema bancario ben sviluppato, mercati di capitali, ed una nuova generazione di aziende nazioanli che operano a livello internazionale.La Cina ha un modello di sviluppo che dipende dall'estero con la speranza che i benefici si diffondano nel mercato interno. L'India ha un modelo di sviluppo creato in casa che sta ora guadagnando un audience globale. Entrambi gli approcci hanno le loro virtù e le loro debolezze. Eppure possono entrambi avere successo, perchè derivanti da contesti diversi.

Speciale trading sui dati

Speciale trading sui dati(intraday)

In linea generale, i dati-eventi che muovono maggiormente i mercati sono quelli che concernono gli USA, anche perchè avvengono negli orari di mercato più affollato (primo pomeriggio europeo); conviene dunque concentrarsi su di essi, sfruttando la mattinata per prepararsi adeguatamente.
Inoltre i dati macro USA quasi sempre impattano almeno tre mercati: dollaro-bond-borsa e quindi offrono un ampio menù di scelta, qualora altri fattori siano coevi e di disturbo su qualche mercato.

1)Situazione pre-dato/evento
a)Valutare se un determinato mercato(dollaro,bond,borsa) in condizioni di ipercomprato/ipervenduto possa muoversi nell'attesa; se le condizioni tecniche (divergenza,etc.) incoraggiano, si può operare prestabilendo un adeguato loss-profit. La difficoltà sta nei tempi dell'anticipo, perchè più lunghi sono più sono le probabilità che intervengano altri fattori a modificare la situazione.

b) Osservare se avvengono movimenti di anticipo del tipo "buy the rumor" per poi tenerne conto sul dato. Spesso capita infatti che il dato-evento sia in linea con le attese, senza sorprese; mentre di norma in questo caso non si può operare, invece se è avvenuto un movimento di anticipo si può operare sul "sell the fact".


2)Situazione sul dato/evento
a) valutare quali possono essere le varie sorprese e quale mercato , tenuto conto di come si sono mossi nel pre-dato/evento e di quale è la situazione tecnica, ha più probabilità di reagire in un senso o nell'altro a seconda del tipo di sorpresa.

b) se si ha una convinzione forte su come verrà il dato, si può entrare poco prima prefissando la loss-profit; situazione rara, da usare soprattutto se si ritiene che sia difficile entrare bene dopo e se si è realmente pronti a scommettere.

c) valutare il dato al volo, ed entrare in coerenza in base al piano prestabilito e sul mercato prestabilito in base al tipo di dato.
Maggior numero di casi.

3) Situazione post dato/evento
a) valutare se vi è stata una esagerazione, o un illogicità dovuta al "sell the fact", ed entrare in corenza con segnali tecnici di esaustività.

b) valutare il coevo pre-dato, quando come succede spesso vi è una serie successiva di dati-eventi.

4) Situazione tecnica pura
a) quando in assenza di dati-eventi prevedibili, si sviluppa una chiara divergenza o un chiaro assetto rialzista-ribassista.


L'esperienza insegna:
a) per temperamento e per l'effetto dopamina sono da prediligere le situazioni "veloci"(sul dato/evento).

b) per l'effetto dopamina la maggiore difficoltà sta nel tenere la posizione in profitto, cioè nel saperla sfruttare il meglio possibile.

c) cercare di rispettare, quali che siano le quantità usate, il rapporto tra loss-profit, almeno pari, possibilmente di 1,5-2.

d) d'altrocanto non ci si può fissare su obiettivi prestabiliti, se le condizioni esterne o quelle tecniche non convincono: pertanto se si è fissata ad esempio una stop di 40 e una profit di 80, si deve poter chiudere prima; ma al contempo non si deve esagerare, altrimenti si resta sempre al palo.

10/21/2006

Speciale Guerre ed Imperi

Speciale Guerre ed Imperi

Prendiamoci un break dai temi prettamente finanziari valutando un antica guerra, quella fra Atene e Sparta, usando Tucidide (il primo grande storico) come guida. Se ne ricavano indicazioni su come esista una stretta correlazione tra guerre sbagliate e fine degli imperi, interessanti per il futuro...


Nel 416 a.C. la democratica Atene e l'oligarchica Sparta stavano combattendo da 15 anni. La guerra era iniziata nel 431 a.C. quando gli spartani scesero in campo nel tentativo di bloccare l'espansione imperialistica di Atene. Ma 15 anni erano tanti, un periodo di sofferenza che non cessava. Certamente costò la vita di migliaia di uomini periti in battaglie marine e terrestri, e anche a causa della peste mortale che colpì Atene nel 429. Battaglia dopo battaglia, gli eserciti contavano i propri morti e li omaggiavano nelle tradizionali pire funebri; le ossa dei deceduti facevano ritorno a casa per essere interrati nelle cripte ed
onorati. Ma la fine non si vedeva. Il conflitto era diffuso in tutto il territorio che oggi si chiama Grecia; la vita era austera perfino per le famiglie più ricche, le norme sociali si stavano incrinando,nulla era sicuro e la gente si chiedeva cosa avesse fatto per meritare quell'inferno.
Pochi ricordavano gli avvertimenti di Archidamus leader di Sparta che aveva sconsigliato la spedizione iniziale contro la potente Atene, dicendo di temere che questa guerra sarebbe finita in eredità ai figli. Anticipando un aspetto della teoria sulle guerre di successo, che 22 secoli dopo Carl von Clausevitz avrebbe descritto nel suo grande trattato, Archidamus prevedeva che non ci sarebbe stata nessuna veloce vittoria decisiva. Ciò nonostante gli spartani attaccarono.

Sul fronte ateniese anche Pericle voleva evitare una guerra con Sparta. Ma qualora fosse stata inevitabile, Pericle consigliava prudenza ed una strategia difensiva. Spiegava che se gli ateniesi fossero rimasti calmi, prendendosi cura della propria flotta, astenendosi dal tentativo di estendere il loro impero in epoca di guerra e quindi evitando di mettere in pericolo le proprie città, avrebbero prevalso. Ma questa strategia contava sul fallimento del nemico spartano e non sulla capacità degli ateniesi di vincere. Probabilmente Pericle non conosceva quanto dall'altra parte del mondo teorizzava un altro grande studioso di arte militare, il cinese Sun Tzu; quest'ultimo nel capitolo 4 della sua Arte della Guerra scriveva che l'invincibilità sta nella difesa; la possibilità di vittoria nell'attacco. Pericle quindi commetteva l'errore strategico di pensare solo alla prima metà dell'equazione.

Così 15 anni dopo, la guerra aveva raggiunto costi altissimi e non aveva raggiunto nessun risultato; nè si profilava un punto che potesse segnare il termine reale dei combattimenti e delle ostilità. Tutto il sangue e le risorse che erano state versate nei combattimenti non erano serviti a un cambiamento fondamentale nelle rapporti di forza tra Atene e Sparta. La guerra continuava.
Come avrebbe detto von Clausevitz i centri di gravità di ogni stato restavano intatti. Sparta possedeva ancora la sua potente armata, ed Atene la sua flotta dominante. Non vi era stata nessuna battaglia decisiva, e nessuna delle due parti poteva dirsi in vantaggio rispetto all'altra. Qualcosa doveva cambiare. Gli Ateniesi erano, magari inconsciamente, pronti a cambiare strategia. E vi fu un uomo, Alcibiade, un giovane dinamico ufficiale, che venne fuori con un piano per espandere la guerra in maniera da favorire Atene e danneggiare Sparta. Alcibiade propose di invadere la Sicilia e assistere un gruppo di piccole città-stato aiutandole ad attaccare le colonie spartane, in primis Siracusa. Sebbene la Sicilia fosse mille miglia lontana da Atene, l'idea era che conquistare Siracusa avrebbe inferto un colpo decisivo al potere di Sparta.Il piano operativo di Alcibiade era quello di mandare un contingente di 60 navi, le triremi, e un modesto numero di soldati in Sicilia. Una volta arrivati avrebbro dovuto allearsi con gruppi di città siciliane amiche di Atene, con le quali conquistare Siracusa e prendere il controllo su una fonte principale di cibo e risorse che da lì venivano esportate a Sparta.
Avendo la Sicilia sotto il suo controllo, per Atene sarebbe stato possibile usare il suo potere navale per bloccare i rifornimenti a Sparta e così obbligarla alla sottomissione.
Un piano con pochi rischi diretti per Atene, ma potenzialmente con elevato ritorno strategico.
Uno dei leader greci, Nicia, si oppose al piano di Alcibiade ritenendolo un diversivo costoso; ma piuttosto che opporsi al piano direttamente , preferì supportarlo nonostante lo criticasse . Nel dibattito tumultuoso che ne seguì, gli Ateniesi alla fine votarono per mandare 100 triremi, quasi il doppio rispetto a quanto proposto da Alcibiade, per cui il rischio iniziò a diventare realmente elvato. Inoltre nominarono sia Nicia che Alcibiade, oltre al generale Lamaco, come capi della spedizione.
Oggi diremmo che si trattò di un fallimento intellettuale, perchè gli ateniesi sembrarono non comprendere che Siracusa era una potente città che era stata fondata come colonia da un alleato di Sparta, Corinto, già di per sè un probabile nemico di Atene. Non compresero la portata dello
sforzo che sarebbe stato necessario.
La notte prima della partenza, qualcuno (probabilmente sabotatori nemici) mutilò numerose statue di divinità in tutta Atene. Alcibiade fu accusato di profanare queste immagini divine, all'epoca un crimine contro la religione molto grave. Egli voleva replicare alle accuse, sottoponendosi al processo, ma un significativo numero di alleati atenesi e di ausiliari combattenti si erano accordati per unirsi alla spedizione in Sicilia solo a condizione che vi fosse Alcibiade. Atene non poteva perdere quest'uomo chiave, architetto della strategia, così il suo processo fu posposto.

Nell'inverno del 415 a.C. gli ateniesi sbarcarono in Sicilia su 134 triremi con oltre 5000 uomini dell'esercito terrestre, ed una forza totale di oltre 30 mila uomini. Dal punto di vista logistico si trattava di uno sforzo enorme. Inizialmente, in Sicilia, Nicia ed Alcibiade usarono la diplomazia e piccoli combattimenti per vincere alcune piccole città, al fine di poter costruire un campo base. Poi improvvisamente Alcibiade fu richiamato ad Atene per il processo, il che privò la spedizione del suo vero leader. Ad Atene si sottovalutorono le implicazioni di questo fatto. Alcibiade capì che vi era un intrigo politico dietro il suo richiamo in patria, così scappò mentre era sulla rotta per Atene, e per vendicarsi andò dagli spartani, cui raccontò nei dettagli il piano che lui stesso aveva elaborato.

Nel capitolo 13 del suo libro Sun Tzu scrive dell'uso delle spie nelle guerre, essenziale per comprendere cosa succede nel campo nemico. Lo spionaggio, oggi diremmo l'intelligence, era già per Sun Tzu un elemento basilare della guerra, da cui dipende ogni mossa dell'esercito.
Ma Alcbiade era più che una semplice spia. Egli fornì agli spartani istruzioni complete sulle debolezze ateniesi e aiutò Sparta ad elaborare una strategia per sconfiggere Atene. Tra le altre cose, li spinse a fortificare una regione strategica confinante con Atene, oltre che a rinforzare il più possibile Siracusa. Fece loro, in sostanza, una road map per ottenere il cuore del potere ateniese. Gli Ateniesi condannarono l'assente Alcibiade a morte, e confiscarono le sue proprietà, ma il danno era fatto.
Tra l'altro gli ateniesi continuarono ad eseguire il piano originario in Sicilia, una vera e propria follìa , sapendo che adesso gli spartani sapevano quali ne erano le finalità. Inizialmente Nicia vinse alcune piccole battaglie ma fallì nell'avvantaggiarsene. Inoltre le piccole città siciliane che inizialmente avevano promesso il loro aiuto, quando videro l'enorme dimensione delle forze inviate da Atene, ne ebbero paura e rifiutarono il loro appoggio. Iniziarono a chiedersi quali fossero i veri motivi di Atene, e accusarono gli ateniesi di volerli conquistare imperialisticamente; gli ateniesi risposero che non volevano schiavizzare nessuno, ma il massimo che ottennero fu la neutralità; in realtà poi le città siciliane appoggiarono Siracusa.
Pertanto, le cose girarono contro Atene, ma ciò nonostante gli ateniesi erano fiduciosi che il loro esercito fosse abbastanza potente da conquistare Siracusa anche senza l'appoggio dei locali, e così cominciarono la loro impresa. Lamaco e Nicia presero posizione vicino al porto di Siracusa e iniziarono ad attaccare le mura della città. Lamaco però fu ucciso durante i combattimenti.



Dopo una buona avanzata verso Siracusa, Nicia credette che la popolazione assediata fosse sul punto di arrendersi. Così ritardò i lavori per l'assedio e negoziò con le fazioni interne della città, mancando di focalizzarsi sul principio militare dello sfruttamento del vantaggio acquisito, e così il ritardo lavorò a suo sfavore. Nel frattempo infatti un generale spartano, Gilippo, sulle base delle informazioni di Alcibiade, arrivò in Sicilia per aiutare Siracusa. Dopo aver appreso che Siracusa non era ancora interamente isolata ,vi portò le sue truppe e quelle di alcuni alleati siciliani riuscendo a vincere alcune battaglie. Il suo arrivo immediatamente alzò il morale dei siracusani, e da questo momento le cose inizarono ad andare male per gli ateniesi, che dopo aver perso Lamaco, videro Nicia cadere malato; quest'ultimo scrisse ad Atene per avere rinforzi, chiedendo di venire rimpiazzato.
La spedizione siciliana che era partita come quello che von Clausevitz avrebbe definito un colpo audace, si stava rapidamente trasformando non soltanto in un errore, ma in un colossale autogol.
Non si sa se gli ateniesi fuorno incapci di valutare la situazione, o se semplicemente non ne ebbero voglia , ma certamente non considerarono la prospettiva di ammettere la sconfitta del loro piano siciliano, e dunque non si impegnarono a salvare il salvabile. Piuttosto, inviarono una seconda spedizione guidata da due generali, Eurimede e Demostene, con altre 73 triremi e 5000 soldati: a questo punto avevano impegnato in questa distante spedizione, più della metà della loro flotta e circa un terzo dei loro soldati, rischiando molto, ma per cosa?
Non riuscendo a capovolgere le sorti della battaglia, fallirono anche nel ritirarsi, a causa di una superstizione loro tipica circa l'eclisse di luna che capitò la notte prima della partenza. Il superstizioso Nicia rifiutò di farlo se non fossero prima passati i 27 giorni richiesti dalla credenza, infischiandosene delle necessità militari.
Questo ritardo fu fatale. Nello stretto porto di Siracusa gli ateniesi si trovavano in svantaggio e i soldati siracusani- come i greci contro i persiani a Salamina - stavano combattendo per la loro libertà contro invasori stranieri. Inoltre le forze siracusane ebbero un vantaggio tecnico, perchè le loro navi adottavano la procedura di rinforzare gli scafi, pertanto combattevano meglio a distanza ravvicinata contro i vascelli ateniesi. Per cui la più piccola flotta siracusana sconfisse quella ateniese uccidendo anche Eurimede, e riuscendo a intrappolare gli ateniesi. Demostene cercò di attaccare la barriera , contando sul maggior numero di navi che ancora aveva, ma il morale dei marinai ateniesi era per terra, e non vi riuscì. L'unica via di scampo restava la ritirata via terra, ma ancora una volta Nicia non ne comprese l'urgenza e diede un giorno di tempo alle sue truppe per imballare l'accampamento. Questo ritardo permise al generale spartano Gilippo di posizionare le troppe in punti strategici sulla via della ritirata ateniese. Così l'armata ateniese dopo 8 giorni di battaglia , pressata anche dalla cavalleria siracusana, fu costretta ad arrendersi. Demostene e Nicia fuorno giustiziati. La maggior parte dei sopravvissuti, morì durante la prigionìa. In uno dei più tristi racconti di tutta la letteratura militare, Tucidide definisce la spedizione siciliana il più grande avvenimento della storia greca, perchè comportò la totale distruzione della flotta e dell'armata ateniese, mettendo le basi per il declino della intera Atene.

Dato il risultato disastroso ci possiamo chiedere se la strategìa siciliana fosse una buona idea eseguita male, o semplicemente una sbagliata fin dall'inizio. Naturalmente è troppo facile giudicare solo in base al risultato finale. ma la prima regola per vincere una guerra è evitare l'autodistruzione. Così se pensiamo in termini di principi bellici, occorre distinguere tra l'dea originale di Alcibiade di mandare solo una forza leggera, e quella effettivamente eseguita di una spedizione molto pesante. Semplicità contro complessità, massa contro manovra, questo è il focus.
Il piano originario era di far leva sugli alleati siciliani, senza rischiare nè senza impressionare questi ultimi; invece fu fatto esattamente l'opposto, ottenendo il risultato di inimicarsi i siciliani.
Alla radice degli errori troviamo inoltre le convinzioni religiose che hanno il sopravvento. Cosa sarebbe successo se gli ateniesi non avessero incolpato Alcibiade e lo avessero mantenuto come capo? ecco il contrasto tra le questioni personali e le esigenze dell'impegno militare.
Si può ritenere che se Alcibiade non fosse andato dagli spartani, questi non avrebbero mai mandato l'esercito di Gilippo, risultato poi determinante. Infine, vi furono le esitazioni di Nicia, dovute sempre a credenze religiose.

Come diceva Sun Tzu, il guerriero abile può ottenre la propria invulnerabilità, ma non può mai ottenere la vulnerabilità del nemico.
La campagna siciliana, mette in luce gli errori tattici degli ateniesi che portarono alla loro vulnerabilità e alla fine alla loro totale distruzione.
Le notizie della distruzione della spedizione dsiciliana colsero di sorpresa Atene. All'inizio rifiutò semplicemente di credere che la propria potente forza fosse stata sconfitta in una terra lontana, da parte di popolazioni che gli ateniesi giudicavano primitivi, Nessuno lo aveva previsto, nè si era voluto diffondere le notizie parziali negative che arrivavano.

Il che solleva la questione sempiterna in epoca di guerra della corretta informazione: si tende sempre ad evitare di dire la verità se questa risulta sgradevole, per non turbare il morale della popolazione.
A titolo di esempio, durante la seconda guerra mondiale ci vollero molti mesi prima che i giapponesi fossero informati delle perdite che la loro marina stava subendo. E dopo Stalingrado, ai tedeschi non venne fatta sapere la realtà, e per molti mesi si veidero nuove persone che portavano il lutto: erano stati informati con grande ritardo, e a poco a poco, della perdita dei congiunti.

Con il disastro siciliano iniziò la fine dell'impero di Atene: con i forzieri svuotati, i suoi porti privi di navi, e migliaia di soldati mancanti, fu l'inizio della fine. Il disastro siciliano spinse a molte rivolte in tutto il territorio, e soprattuttò spronò gli spartani. Nel 413 a.C, Sparta invase le campagne ateniesi, per la prima volta dal 425 ma questa volta -seguendo i consigli di Alcibiade - essi costruirono fortezze man mano che conquistavano territori così controllarono le vie di accesso. Il morale degli ateniesi scemò sempre più, mentre migliaia di schiavi andarono a rinforzare Sparta, oltretutto danneggiando l'economia rurale ateniese.
Ciò nonostante gli ateniesi provarono a resistere, e come dice Tucidide "nel panico del momento furono capaci di essere il più priudenti possibile". Così la guerra continuò per altri 9 anni, ma alla fine Sparta ottenne la vittoria navale che si rivelò definitiva ad Egospotami: gli ateniesi persero 168 navi, cioè tutto quello che gli restava (solo 12 navi risucirono a scappare).

Ricapitolando.
Atene aveva un impero , e la sua continua espansione provocò il timore degli spartani che iniziarono la guerra: dopo lunghi combattimenti nelle proprie regioni, Atene tentò di trovare la soluzione invadendo la Sicilia e ciò si tramutò in un disastro, che forse poteva essere evitato come abbiamo visto, ma i fatti storici sono che la scomessa fu persa, e che dopo la disfatta siciliana, perse l'impero. Infatti dopo la spedizione siciliana gli ateniesi erano tornati al loro elemento strategico, il mare, su cui restarono vincenti per un pò, ma solo perchè stavano consumando le loro ultime riserve; non avrebbero più potuto permettersi errori: invece fecero quello finale di Egospotami. E finirono sotto il dominio degli spartani, cui si arresero nel 404 a. C. così come i suoi alleati. I termini del trattato privarono Atene delle sue mura, della sua flotta e di tutti i suoi possedimenti olttremare. La guerra finì, ma Atene fu rovinata.
Il mondo e il suo destino sarebbero appartenuti ad altri.


Il caso di Atene, mi sembra di attualità stringente a proposito delle guerre e dell'impero americano, e perciò l'ho richiamato.Voglio concludere con altre considerazioni che mi sono venute in mente, in seguito alla lettura della storia delle guerre.

Difficile trovare una guerra che non sia iniziata con il tradimento e la frode.Nè possiamo trovarne che non siano state piene di errori.
La storia militare mostra che generali e strateghi si sono spesso rivelati incompetenti quasi come i consulenti matrimoniali. Se non fosse per le disgrazie provocate, potremmo farci grasse risate sulle guerre.
Quasi ogni racconto, da quelli di Tucidide che ho riportato con l'esempio della guerra tra Atene e Sparta, a quelli di von Clausevitz, è farcito di occasioni mancate e cadute umilianti, combinate con pugnalate alle spalle e mancanza di visione. Le truppe non sembrano mai essere dove si suppone dovrebbero, cadono in trappole ovvie pur avendo gli occhi aperti. I generali restano oltre le loro linee di rifornimento ma spesso finiscono per trovarsi privi di munizioni o di cibo. Gli ordini sono confusi o persi o conosciuti dal nemico. Quando una vittoria viene ottenuta, risulta più il frutto della fortuna che della capacità.
La maggioranza delle guerre dell'umanità, ben lungi dall'essere storie di eroismo, sono farse assurde di cui perfino i cavalli dei cavalieri avrebbero potuto farsi quattro risate, prima di morire.

La Prima guerra mondiale ha avuto un pessimo copione. Se fosse stata un film, gli attori avrebbero avuto ben donde di rifutarsi di recitarla, e gli spettatori se ne sarebbero potuti andare disgustati. Ma metti gli attori in uniforme, e li trovi pronti a recitare qualsiasi ruolo, non importa quanto irrazionale. Richiesti di andare "over the top" e avanzare nella "no man's land" mentre i nemici sparano, i soldati agiscono come muli muti, che fanno tutto quello che gli viene detto. Fu una "guerra di leoni guidati da scimmie", scriveva la stampa popolare: i generali idioti, ma i nostri ragazzi magnifici. In realtà, se osservati freddamente, tutti somari.
Sul fronte est, l'armata russa era comandata in gran parte da ufficiali che parlavano tedesco.Spesso i loro ordini finivano nelle mani dei nemici, cioè dei tedeschi, che potevano leggerli senza neanche bisogno di traduttori.Se arrivavano alle proprie truppe russe, erano incomprensibili. L'armata russa nella WWI deve essere stata tra le più incompetenti mai viste all'opera. Ma almeno è stata migliore in molti aspetti dell'armata sovietica che Stalin impiegò contro i tedeschi 26 anni dopo. Stalin uccise la maggior parte degli ufficiali più decenti.Si potrebbe pensare che la classe ufficali poteva aver capito cosa stava succedendo e marciare sul Cremlino prima che Stalin agisse contro loro. Ma il top level non è mai capace di anticipare alcunchè. Quelli armati lasciarono che venissero colpiti. I loro rimpiazzi parlavano russo, ma non erano per niente preparati nell'arte militare, ed erano assassini oltre ogni limite. E' stato stimato che nei primi mesi della guerra metà di tutte le perdite sovietiche fuorono causate da loro stessi. I loro aerei erano così messi male che la maggioranza precipitava a causa dei difetti di costruzione, non per il fuoco nemico. Alle truppe fu ordinato di avanzare in massa contro il fuoco nemico, e se qualcuno si rifiutava di farlo i propri compagni gli sparavano.
C'è qualcosa circa il mestiere di soldato che sembra attrarre obbedienza cieca. Un soldato pensante potrebbe chiedersi cosa fa, e potrebbe impiegare un pò di tempo riflettendo sul perchè di ciò che fa. Per quale motivo dovrei fare una cosa così stupida, potrebbe infine chiedersi.
Ma se così facesse non servirebbe ai militari.
Il vero uomo militare- anche uno di grande genio- non si pone mai domande, neanche quelle critiche per la propria sopravvivenza.
Volta dopo volta, vediamo vasti movimenti di truppe ed armi che agiscono in totale ignoranza. La leggendaria "nebbia di guerra", si accumula nei cervelli di comandati e soldati.

Alessandro, forse il più grande generale di tutti i tempi, ha guidato le sue truppe nel deserto geodrosio, dove decine di migliaia sono morti per sete e fame. Forse gli scocciava informarsi sulla direzione esatta? sì. Apparentemente, volle vedere se ce la faceva.
I Romani, ritenuti i più grandi geni militari di tutti i tempi, furono colti completamente di sorpresa quando Annibale scese dalle Alpi. E i cartaginesi vagarono intorno all'italia per i successivi 10 anni prima che le truppe romane finalmente poterono sconfiggerle.
Napoleone attaccò la Russia, e lo stesso fece Hitler; entrambi inconsapevoli del tremendo clima russo! Nessuno di loro pensò di dotare appropriatamente le proprie truppe per resistere al freddo. E i generali tedeschi avevano in tasca le copie della storia della precedente guerra di napoleone!

Da una debacle al'altra, gli accecati di tutte le categorie sociali hanno marciato a testa bassa, avanti.
In Crimea, Lord Cardigan fu comandato ad attaccare una postazione armata russa con la sua brigata leggera di cavalleria, ma nessuno si prese la briga di vedere le linee del fronte(Cardigan se ne stava sul suo yacht privato ancorato sul mar nero, a gustare le prelibatezze del suo chef francese), nessuno conosceva il campo di battaglia. Naturalmente egli prese la direzione sbagliata e quasi tutti i suoi uomini furono uccisi, ma lui tornò in Inghilterra come un eroe nazionale. E poi lanciò il famoso pullover a V che da lui ha preso il nome.

Una altra famosa frase della Grande Guerra era che i generali stavano combattendo nè più nè meno l'ultima guerra precedente quella franco-prussiana. A londra e parigi pensarono che potevano vincere le battaglie con le tattiche della guerra franco-prussiana; giudizio che non era niente altro che adulazione per i generali; in realtà stavano combattendo una guerra che non era mai stata combattuta.
In precedenza nella guerra americana tra nordisti e sudisti, il generale Jackson notava che una buona posizione difensiva era praticamente impossibile da conquistare. I progressi tecnologici delle armi, mitragliatrici, etc. rendevano i difensori molto più letali da una grande distanza, per cui i soldati potevano resistere nelle loro trincee mentre i corpi degli attaccanti si acculavano davanti a loro."Ricordate il muro di pietra" diceva Jackson ai suoi ufficiali, spingendoli ad aspettare che gli yankees attaccassero. Ma Jackson fu colpito dai propri uomini, e il generale Lee dimenticò le sue parole. Ordinò un attacco napoleonico contro le posizioni nordiste a gettysburg anche se era ovvio che attaccare significava perdere. Ma attaccare inebria gli uomini.
Anche tedeschi, inglesi e francesi lo fecero, con gli inevitabili disastrosi risultati. In seguito,sarà il turno degli americani.
Prima che la guerra cominciasse, il colonnello francese Grandmaison aveva quasi un culto basato sulle cariche matte della cavalleria. Ciò che vince le battaglie, disse ai francesi, non è mai la tattica, nè la logistica, nè la potenza di fuoco, nè la strategia, bensì è il cuore! audacia, attacco! Grandmaison ebbe subito l'opportunità di mettere in atto il suo principio. Si può a stento immaginare quanto deve essere stato bello: un intero reggimento di cavalleria che scorrazzava sul campo di battaglia, spade ed elemetti luccicanti al sole, che cuote! che coraggio! che gloria!.... che imbecillità! in pochi minuti l'artiglieria tedesca aprì il fuoco e li fece a fettine incluso il colonnello. I commentatori glorificarono la morte romantica, il cuore è meraviglioso per i poeti, ma nella storia militare il cuore è la strada per la rovina.

Ciò che decise la WWI non fu il cuore, ma la combustione interna; fu decisiva non la poetica cavalleria ma l' arida meccanica.
L'introduzione dei carrarmati rese possibile avanzare contro il nemico nelle trincee senza farsi massacrare.
I francesi però non ne volevano sapere, e nonostante l'evidenza, anche nella successiva guerra mondiale gli uomini della terza repubblica non sapevano che farsene dei carrarmati. Piuttosto, costruirono fortificazioni che sarebbero state una delizia per Francescoi I ma fuorno invece di imbarazzo per Clemenceau. A costo di milioni di dollari dell'epoca, su e giù per la valle del Reno, per un periodo di anni costruirono bunker e fortificazioni in pietra. Questa famosa "linea Maginot" era già obsoleta quando fu finita. Ma i francesi lo capirono solo quando l'intera linea fu scansata da un "blitzkrieg" di carrarmati tedeschi. In poche ore, la linea difensiva francese si trovò dietro a quella tedesca! il generale Gamelin, arrivando al fronte, un pò dopo il fatto, si dice che abbia voluto mandare un messaggio di avviso a parigi, con un piccione viaggiatore!
La Wehrmacht aveva già dato una dimostrazione mesi prima dell'attacco sul reno, quando aveva invaso la Polonia. Lì i polacchi furono tragicamente assediati, ma non avevano imparato molto da quando nel medio evo erano stati battuti dal generale Subedei, tamerlano. Quando i panzer tedeschi attaccarono, i polacchi fuorno spazzati via e quegli ufficiali che provarono a scappare verso est fuorno catturati e uccisi dai russi.

Perfino quando la classe degli ufficiali è dolorosamente investita dai fatti, spesso non riesce a mettere due con due, nè a a prendere la decisione più ovvia. Ad inizio 1945 la germania era ormai battuta, ogni ufficiale lo sapeva; i russi stavano accerchiando Berlino da est, mentre ad ovest gli alleati avevano passato il Reno; e nel suo bunker Hitler stava dando di matto. Se fossero stati lucidi, potevano avere la chance di salvare qualcosa. Almeno avrebbero potuto organizzare una razionale difesa finale, spostando le truppe ad est per fermare i russi assetati, consentendo agli amerciani di avanzare verso Berlino. Ma gli stessi ufficiali che avevano ordinato la morte di milioni di persone nei 4 anni precedenti di guerra, che avevano visto i loro soldati ed amici morire in combattimento, nei campi di prigionia, ebbero solo e a stento la capacità di mettere un proiettile dentro le proprie teste.

Nella storia dell'umanità milioni e miloni di uomini in tutte le epoche sono morti senza testimoni, senza gloria, per i motivi più futili, combattendo guerre senza senso tattico e senza senso strategico, ieri come oggi, come domani.
Imperi ritenuti invincibili nella Storia, sono poi miseramente caduti anche a causa di guerre sbagliate in tutti i sensi.
Sembra incredibile, ma è vero, e soprattutto ripetibile.
(fine)

La Nota sui mercati 21.10

La settimana 16 - 20 ottobre 2006

ECONOMIA: sulla riva del fiume
Dati misti, con l'inflazione USA al netto dell'energia e degli alimentari che continua a crescere su base annuale fino a +2,9%, ma adesso non viene più considerata: l'inflazione globale scende a poco più del 2% per effetto della benzina e tanto basta. Nel fratttempo l'edilizia rimbalza a sorpresa, mentre gli indici manifatturieri restano contrastati, e soprattutto riprendono copiosi gli afflussi netti di capitale. Ed infatti qui sta il nocciolo del vero problema su cui conviene tornare, per non restare in balìa dei singoli dati congiunturali e capire quello che succede.

L'economia più grande del mondo, emittente della moneta di riserva internazionale, appartenente al leader politico globale, consuma continuamente da anni più di quanto produce; il resto del mondo (Asia)
invece produce più di quanto consuma. Da questo squilibrio fondamentale deriva tutto il resto. SE vivessimo in un economia capitalistica a libera concorrenza , funzionerebbe la tendenza al riequilibrio. Vale a dire, il titolare della ditta asiatica che incassa i dollari a fronte delle sue esportazioni negli USA, va in banca a cambiarli, perchè lui ha bisogno di yen,yaun, etc. per vivere nel suo paese, pagare i salari, etc. e la banca vende i dollari ricevuti per ricostituire il suo stock di moneta locale. In questo schema normale, il dollaro pertanto verrebbe costantemente venduto , e si svaluterebbe finchè c'è uno squilibrio commerciale; la sua svalutazione provocherebbe un rialzo dei tassi d'interesse americani perchè il governo dovrebbe pagare di più per procurarsi i soldi necessari. Gli asset americani scenderebbero pertanto di valore, e il consumatore si troverebbe indotto a ridurre il suo tenore di vita e comunque ridurrebbe l'acquisto di merci importate, più care a causa della svalutazione del dollaro, mentre al contempo le esportazioni USA conquisterebbero quote di mercato. Esistono certamente un livello di svalutazione (30-50%) e di tassi reali (5-10%) a cui il deficit si annullerebbe, e la situazione di partenza tornerebbe in equilibrio.

POICHE' però vivamo in un economia capitalistica oligopolistica, la tendenza al riequilibrio non funziona perchè gli oligopolisti scelgono deliberatamente di mantenere in essere lo squilibrio.
Vediamo i comportamenti di entrambi gli attori, gli asiatici e gli americani. I primi hanno scelto da anni di non vendere i dollari che i loro esportatori riversano in cassa; bensì di stampare moneta locale creando inflazione interna, pur di mantenere i dollari che acquisiscono giorno dopo giorno. In questo modo impediscono la svalutazione del dollaro, e mantengono in essere lo squilibrio commerciale a loro favore. Ciò avviene anche per effetto dell'azione che ne consegue sui tassi d'interesse: i dollari acquisiti infatti vengono usati per comprare titoli americani (di Stato, delle agenzie governative, delle aziende, etc.) al fine di ricavarne un rendimento. Ciò di per sè esercita quindi un azione al ribasso sui rendimenti perchè comporta un flusso crescente ed imponente di acquisto dei suddetti titoli. Il che provoca una costante crescita della liquidità internazionale, che si riversa su beni mobili ed immobili, facendone lievitare i prezzi globalmente (anche se poi ci possono essere travasi temporanei da un comparto all'altro, a seconda delle situazioni specifiche).
Dunque i gli asiatici, così comportandosi, ottengono una crescita economica inflazionistica trainata dalle esportazioni; ottengono però anche un accumulo di debiti americani continuamente crescente, che fornisce loro un flusso addizionale di dollari in cedole,dividendi etc.
provocando una dipendenza finanziaria dal valore del dollaro e dei titoli americani: già oggi, ad esempio, perderebbero centinaia di miliardi per un 10% di svalutazione del biglietto verde e conseguente rialzo di un 2% dei rendimenti. Quella che sembrerebbe dunque una situazione estremamente conveniente, presenta un forte azzardo sottostante anche perchè si deve dare per scontato che il debitore continui a pagare per sempre gli interessi su tali titoli.
Sarà così? per vederlo analizziamo la situazione dal punto di vista americano, non senza aver prima ricordato che nell'agosto del 1971 - pressati dal debito provocato dalla guerra in Vietnam- gli USA un bel giorno annunziarono a tutti d'imperio il ripudio della convertibilità del dollaro in oro. Possono dunque anche in futuro annunziare a tutti d'imperio il ripudio del servizio del debito. Che faranno allora gli asiatici? la guerra?
Anche dal punto di vista americano questa situazione presenta una serie di vantaggi: il resto del mondo finanzia le spese militari in eccesso, ed i consumi in eccesso; gli consente così di crescere più di quanto potrebbero permettersi, anche se in modo inflazionistico; e l'inflazione degli asset fa felice una delle industrie americane di maggior peso, quella finanziaria. MA, ogni anno che passa il cittadino americano deve lavorare sempre di più per pagare gli interessi sui debiti USA al resto del mondo. In Speciale Bancarotta ho riportato le cifre attuali; qui basti ricordare che un terzo di tutta la pressione fiscale subìta dal popolo se ne va già oggi a questo scopo. Così proseguendo le cose, tale quota diventerà della metà e poi dei due terzi, etc. Può dunque salire senza problemi? o si arriverà al punto in cui dichiareranno il ripudio sopramenzionato?

Come la si rivolti, non vi è dubbio che si è creata una situazione paradossale, che al momento viene facilmente ignorata perchè produce crescita inflazionistica di tutto e di tutti, e dunque appare una specie di paradiso in terra; ma che si basa su un evidente insostenibilità disastrosa.
Come mai si è arrivati a tanto?
Può darsi che gli asiatici, per ora siedano sulla riva del fiume in attesa che gli americani si impicchino con la corda che loro stessi gli forniscono, nel frattempo approfittando per crescere quanto più possibile prima dell'ora X.
Se è così, non sono esenti da critiche. Da un lato infatti con quella corda che loro forniscono per ora gli americani si sviluppano sempre più sul piano tecnologico-militare; dall'altro , come sopra ricordato, possono ripudiare i debiti in qualsiasi momento. E questi due aspetti possono essere i cardini del piano americano di conservazione della propria leadership mondiale.

Se ne potrebbe uscire in modo civile da questa situazione?
Per gli USA, a parte il ripudio del debito, l'unico modo sarebbe provocare una fortissima recessione interna, alzando i tassi a breve di 10-15 punti percentuali, fino ad azzerare il deficit estero. Ma questo non è pensabile, per un sistema economico-politico (elezioni ogni due anni) come quello americano.
Per gli asiatici, l'unico modo sarebbe ridurre in modo consistente i dollari accumulati, ma ciò provocherebbe una perdita finanziaria enorme, e un arresto prolungato della crescita interna con il rischio di sollevamenti popolari, che anche una ferrea dittatura come quella cinese probabilmente teme.
Dunque la previsione più probabile è che l'andazzo in essere continui, almeno fino al 2008 : olimpiadi cinesi, ed elezione del nuovo presidente USA. Nel frattempo si saranno accumulati altri due trilioni di dollari circa di debito USA all'estero, e le tasse pagate dagli americani per gli interessi si avvicineranno al 50% del totale. Ma nel frattempo anche la crescita mondiale sarà proseguita a tutta birra, e con essa quella dell'inflazione, sia dei beni di consumo che di quelli mobiliari ed immobiliari. Le mille bolle blu continueranno: borse, materie prime, obbligazioni, dollaro. Certo vi saranno temporanee fasi
di correzione anche corpose, in funzione dei vari eventi, come quella in atto sul petrolio o quella attesa sulla borsa.
Ma la resa dei conti , quella drammatica, non potrà avvenire finchè Qualcuno non spezzerà l'insana simbiosi sopra ilustrata, che del resto NON può costituire un modello di sviluppo planetario permanente.

MATERIE PRIME : dubbi sull'OPEC
Riparte il gas naturale guadagnando il 6% su timori di un inverno freddo, chiudendo a 8,3 (scad. marzo 07).
Il crudo dal canto suo ha vissuto in funzione della decisione OPEC di giovedì sera da cui è emerso un taglio alla produzione di 1,2 milioni di barili, e che ha consentito alla scadenza dicembre di arrivare in area 61; nel finale però sono prevalsi i dubbi sulla capacità dei membri OPEc di tenere fede alla decisione, in presenza dell'annuncio che la Russia invece non avrebbe tagliato la produzione: conclude a 59,33. Tecnicamente una chiusura venerdì a 59,30 (o meno) avrebbe validato una sequenza demark da manuale sul grafico giornaliero, ed infatti ho inserito un ordine di acquisto a 59 non andato in porto (minimo a 59,1); la sequenza dovrebbe quindi completarsi lunedì (se chiusura inferiore a 60,5) e lì conto di rientrare. Giovedì sull'OPEC ho effettuato una compravendita di giornata sulla scadenza novembre - contando anche sulle ricoperture specifiche visto che era l'ultimo gionro di negoziazione di tale scadenza- che non ha fruttato granchè (+350$ a contratto).
Il settore dei metalli ha concluso in prevalenza con modesti guadagni a causa di un venerdì negativo, appresso al petrolio: l'oro a 596(dicembre) il rame a 346 (dicembre) l'argento a 11,97(dicembre); il platino a 1082(gennaio) fa eccezione il palladio a 330(dicembre)+ 5%.
L'indice generale CRB(dicembre) a 307
Posizione di lungo termine: al rialzo
Posizione di medio termine: al rialzo
Posizione asset: nulla

CAMBI: il dollaro si ferma
Il dollaro è stato respinto dalle resistenze chiave, ed è tornato in range.L'indice generale non ha superato quota 87 per cui resta valido quanto scrivevo nelle precedenti note.
L'eurodollaro scad. dicembre dopo aver cominciato testando la famosa area di 1,25 (minimo a 1,2517), è rimbalzato con convinzione sfruttando la scusa del Philly Fed americano debole cui si è contrapposto un pacchetto di dati macro positivi per l'area europea: è arrivato quasi a 1,27 per poi concludere a 1,266. Il primo a partire contro dollaro è stato però lo yen che era tornato in area 148 con euro, grazie al venir meno delle tensioni coreane, ma nel finale ritorna verso 150 chiudendo però a 118,6 con dollaro.
L'indice generale del dollaro a 86(dicembre) -1%
Posizione di lungo termine: dollaro al ribasso
Posizione di medio termine: dollaro laterale
Posizione asset: nulla

OBBLIGAZIONI: rendimenti stazionari
Si è fermata l'ondata di vendite sull'obbligazionario delle ultime due settimane.
Negli USA come saldo settimanale il future sul tasso a tre mesi scad.dicembre 2007scende di 1 cts. al 4,99% , il 2 anni sale di 1 cts. al 4,87% il quinquennale fermo al 4,76 il decennale scende di 1 cts. al 4,79 il trentennale scende di 3 cts. al 4,91.
In Europa il Bund decennale sale di 1 cts. al 3,84% ed in Giappone il decennale sale di 3 cts. al 1,79%; il tasso sul debito dei paesi emergenti resta stabile, mentre si riducono i differenziali tra i corporate bonds (specialmente quelli spazzatura) e i titoli di stato; continuano a correre i vari aggregati creditizi: sono solo alcune delle mille bolle blu.
Posizione di lungo termine: al rialzo dei rendimenti
Posizione di medio termine: laterale
Posizione asset: nulla

BORSE: prendono una pausa
Wally termina con una flessione supportata da volumi superiori a quelli registrati durante le sedute rialziste, ed è chiaramente in ipercomprato: dovrebbe pertanto fare una correzione da un momento all'altro.
Il catalizzatore potrebbe essere il comunicato fed di mercoledì prossimo.
Per la settimana concludono: il Dow a 12002(+0,4%) lo sp500 a 1368(+0,2%) il nasdaq a 2342(-0,7%), il nasdaq100 a 1739(-1%), il Russell2000 (+0%); tra i settori, trasporti(+1%) i semiconduttori(-5%) le biotech (+3,2%) i broker/dealer(-2%) le banche(-1,3%).
Tokyo sale a 16651(+0,8%) di nikkey, in Europa dax tedesco a 6202(+0,5%) il footsie inglese a 6155(+0%), il cac francese a 5375(+0,5%) e l'Italietta senza la benchè minima speranza, con il debito pubblico considerato affidabile come quello del Botswana: l'SPmib a 39470(-0,3%) ed il Mibtel a 30250(+0,2%).
Tra le borse mondiali stazionarie Brasile, India e Cina, mentre sale dell'1,2% quella Russa (giunta al +45% da inizio anno).
Posizione di lungo termine: al ribasso
Posizione di medio termine: laterale
Posizione asset: nulla

PREVISIONI: arriva la Fed
Lunedì giornata vuota. Martedì vi saranno alcuni dati europei, e nient'altro.Mercoledì l'IFO tedesco e alle 20,15 l'evento della settimana: il comunicato della Fed sui tassi (che saranno mantenuti fermi).Considerato che il pendolo delle attese si è recentemente spostato verso un minor timore sulla crescita, pur continuando a ignorare i rischi di inflazione, SE il comunicato verrà interpretato come maggiormente preoccupato dall'inflazione, potrebbe innescarsi l'attesa correzione della borsa a seguito di un ulteriore rialzo dei rendimenti.
Giovedì ben 3 membri fed avranno modo di dire la loro, mentre sul fronte dei dati macro usciranno gli ordini di beni durevoli e le vendite di nuove case, entrambi per settembre.
Infine Venerdì si inizia con l'inflazione nipponica , si prosegue con M3 europea, e si conclude con la prima stima del PIL USA nel terzo trimestre. Quest'ultimo dato, pur soggetto come noto a revisioni successive anche corpose, sarà particolarmente importante: le attese sono per un ulteriore calo rispetto al secondo trimestre dal 2,6% al 2,1% ma vi sono opinioni molto diverse, e si va da chi prevede l'1,5% a chi invece stima il 2,5%. Poichè la Fed continuerà a far riferimento ai dati futuri, eventuali sorprese in un senso o nell'altro avrano particolare impatto.

ASSET: riepilogo (cifre per asset da centomila)
Chiuso il mini crudo scad. novembre venduto a 58,55 e comprato a
57,85(+350$).
Il saldo delle operazioni chiuse da inzio anno, dopo aver pagato le commissioni, è a +3450 euro (con 19 operazioni effettuate su eurodollaro+ 5 sul nasdaq+2 su gas naturale+1 su eurosvizzero+2 su oro+1 su argento+4 su bond+1 su euroyen+2 su petrolio+1 su s&p500+1 su dowjones); il rendimento complessivo, tenuto conto delle minus/plus in portafoglio, e del rateo di interessi maturato, è pari al +5,2% ed equivalente al +6% su base annua se si mantiene questo ritmo; come liquidità impegnata, i margini sui futures assorbono 0% ed il 100% è in conto corrente al 2,37% netto (3,25% tasso iwbank).

10/20/2006

Speciale Cartesio vs. Spinosa

Speciale Cartesio vs. Spinoza

Tempo fa feci uno Speciale sui Miti nei mercati, come quello del tenere le azioni per il lungo periodo, dei dividendi che non contano, e così via. Il che mi ha spinto ad indagare sul perchè tanta gente, anche professionale, finisce per credere in false credenze. E sono andato, come altre volte a rivedere un pò di studi di psicologia in materia.
Proverò adesso a sintetizzare il frutto di queste letture, che portano sostanzialmente a una conclusione interessante: quando si è sottoposti a distrazioni (o si è bombardati da tante informazioni diverse) è più facile che si acquisiscano false credenze.
Questo è un meccanismo ben noto ai pubblicitari e ai politici, che lo sfruttano costantemente. Ed anche in economia e finanza regna sovrano.

Daniel Gilbert , professore di psicologia ad harvard, ha esplorato come si arrivi a credere e a capire le informazioni(Unbelieving the unbelievable,1990). In una serie di lavori Gilbert e altri autori hanno esplorato tale processo usando due punti di vista filosofici alternativi.
Il primo viene associato con il lavoro di Cartesio. Quest'ultimo, parlando del credere, ipotizzò che la mente performa due atti mentali separati. Prima, essa capisce l'idea. Poi, valuta la validità della medesima.
Questo processo a due stadi sembra intuitivamente corretto. Possiamo facilmente immaginare, quando ci viene presentata qualche nuova idea, di tenerla in mente e poi ponderarne la verità. L'approccio cartesiano funziona bene con la psicologia di massa. Cartesio fu educato dai gesuiti e come molti filosofi del 17° secolo studiò psicologia e filosofia per la teologia. Cartesio era ben consapevole che la gente è capace di credere cose non vere, ma per proteggere la Chiesa, sostenne che Dio ha dato all'uomo il potere di valutare le idee, così chiaramente non è colpa di Dio se la gente crede in cose non vere.
Gilbert osserva che l'approccio cartesiano si basa su due assiomi. Innanzitutto, la separazione mentale e la sequenzialità del comprendere-credere; ed in secondo luogo, che le persone non hanno controllo su come o cosa capiscono, ma al contempo sono totalmente libere di credere o non credere ciò che gli piace.

Alle idee di Cartesio si contrapposero quelle di Spinoza. Nato ebreo, Spinoza oltraggiò la sua comunità e la sinagoga, fu scomunicato, accusato di eresie abominevoli e altre mostruosità; l'ordine di scomunica proibiva agli altri membri della sinagoga di avere alcun contatto con lui. Liberato dalla necessità di conformarsi al suo passato, Spinoza fu capace di esplorare ogni cosa lo interessasse. E una delle aree cui dedicò la sua considerevole capacità di pensiero fu la fallacìa contenuta nell'approccio cartesiano. Spinoza sostenne che tutte le idee erano prima rappresentate come vere e solo dopo (con sforzo) valutate nella loro veracia.
Spinoza negò l'analisi che Cartesio metteva al centro del suo approccio a due stadi. Per lui comprensione e credenza erano uno stadio unico, vale a dire, affinchè qualcuno capisca qualcosa, deve crederci: credere è una precondizione necessaria. Tutte le informazioni o idee sono prima accettate come vere, e solo poi (qualche volta) rivalutate per la loro veridicità, ed una volta che questo processo è completato, se necessario, viene costruita una "credenza corretta".
Cartesio sosteneva le differenze tra cervello e mente; Spinoza invece vedeva come inscindibili le due entità.

Gilbert usa l'esempio di una libreria per evidenziare le differenze tra questi due approcci. Immaginiamo una libreria con diversi milioni di libri, di cui una parte sono romanzi. L'approccio cartesiano di schedare i libri sarebbe mettervi un etichetta rossa su ogni romanzo ed una blu su ogni altro. Ogni nuovo libro che appare nella libreria viene letto e poi etichettato in un modo o nell'altro. Ogni libro non letto resta semplicemente presente finchè non viene letto.
Per contro, una libreria spinoziana funzionerebbe in modo diverso. Un etichetta verrebbe messa solo ai romanzi, gli altri sarebbero lasciati senza. La facilità di questo sistema è chiara: richiede molto meno sforzo di quello cartesiano, ma il rischio è che quando arriva un nuovo libro sarebbe considerato come non romanzo, fino a quando non viene letto.
Gilbert osserva che in condizioni ideali entrambi i sistemi producono lo stesso risultato se viene loro consentito di ultimarsi. Così se prendiamo un libro di Darwin e chiediamo al libraio cartesiano cosa ne sa del libro, lui guarderebbe l'etichetta e risponderebbe che non è un romanzo. Il libraio spinoziano farebbe la stessa cosa, rispondendo nello stesso modo perchè vedrebbe che non c'è l'etichetta. Ma immaginiamo che arrivi un nuovo libro, ad esempio l'ultimo thriller di Patricia Cornwell. Se prendiamo il libro e chiediamo ad entrambi i librai cosa ne sanno, la loro risposta rivelerebbe molto sul processo sottostante al modo di schedare i libri. Il cartesiano direbbe che non sa che tipo di libro è, e ci chiederebbe di tornare in seguito per dargli il tempo di leggerlo ed etichettarlo; lo spjnoziano ,vedendo l'assenza di etichetta direbbe che non è un romanzo, commettendo un errore.

Ora ipotizziamo che un idea venga presentata al cervello, e che la persona che la sta considerando venga interrotta in qualche modo. In un sistema cartesiano, la persona è lasciata con la mancata comprensione, ma senza la perdita di alcuna credenza. Invece in un sistema spinoziano l'interruzione del processo potrebbe portare a credere in un idea falsa. Così, fornire idee alle persone e poi interromperle con altri compiti può aiutare a capire se la gente usa un approccio cartesiano o spinoziano quando arriva a credere.
Sono stati fatti numerosi esperimenti, e si è visto che distrarre le persone impatta la loro capacità di credere in determinati argomenti. Ad esempio, ne è stato fatto uno con degli studenti a cui veniva detto che sarebbero state dimezzate le loro borse di studio. Ad alcuni è stato detto con argomenti convincenti, ad altri in modo molto meno credibile. Nel contempo gli studenti venivano distratti, anche qui con distrazioni forti per un gruppo e con distrazioni deboli per un altro. Ebbene si è visto che in presenza di argomenti poco convincenti le persone distratte con forza mostravano di credere molto più di quanto facevano quelli distratti solo lievemente. Invece nel gruppo sottoposto ad argomenti convincenti, in presenza di forte distrazione, gli studenti erano meno propensi a credere di quelli per cui la distrazione era di bassa intensità.
Insomma, la distrazione ha lavorato esattamente nel senso della medesima parola, cioè impedire alle persone di concentrarsi.

La distrazione è una tecnica specialmente utile quando gli argomenti di una persona sono deboli perchè anche se la gente si rende conto che le viene presentato qualcosa, può non rendersi conto che gli argomenti non sono molto convincenti.
La pubblicità ne ha fatto un arte, subliminale: si manda un messaggio di reclàme mentre contemporaneamente si distrae - con un meccanismo di associazione piacevole, in genere. Meccanismo da tenere in mente anche nel confronto con il complesso politico-mediatico, mentre siamo bombardati da informazioni e "verità" varie.

Con altri esperimenti, si è osservato che le persone che seguono un approccio spinoziano scambiano proposizioni false per vere più spesso quando vengono interrotte che il resto del tempo.
Più in generale se ne ricava che il bisogno di credere per capire, come sostenuto da Spinoza, può avere conseguenze negative. Ci rende privi di controllo sulle nostre credenze, anche se l'assenza di controllo diretto non implica necessariamente che siamo alla mercè delle credenze.

Si possono immaginare due strategìe per contrastare la tendenza alla credulonità. La prima è quella che Gilbert definisce "incredulità". Cioè noi possiamo provare a compiere il lavoro analitico necessario per valutare realmente la veridicità di un idea, il che certamente attira gli empiristi. In generale, noi dovremmo per principio accettare con grande diffidenza qualsiasi informazione e usare l'evidenza per valutare quanto sia effettivamente reale. Per esempio, ci viene spesso detto che gli utili delle aziende quotate in borsa possono crescere molto più rapidamente del PIL per periodi lunghi. Naturalmente, su base annua non c'è un legame stretto tra le due grandezze. Ma, nel lungo periodo, si può verificare empiricamente come gli utili (e i dividendi) sono cresciuti sostanzialmetne al di sotto del tasso di crescita nominale del PIL(mediamente 1-2% in meno).Un altro esempio è la credenza che convenga investire nelle azioni cosiddette a crescita elevata. Non c'è dubbio che in alcuni casi, ciò si sia rivelato soddisfacente. Ma l'evidenza empirica mostra che cogliere i vincenti è eccezionalmente difficile e pieno di pericoli (nel senso che comprare azioni sopravvalutate che incorporano aspettative molto ottimistiche ovviamente comporta un enorme rischio se poi la realtà delude le attese), mentre comprare azioni sottovalutate offre almeno una maggiore protezione.
Così confrontare sistematicamente le credenze con la realtà empirica è un modo di provare a battere il sistema spinoziano. Ma, "l'incredulità" è una strategia rischiosa dal momento che si affida sull'avere il patrimonio cognitivo, che consente le verifiche empiriche, a propria disposizione. Sempre gli studi di Gilbert inoltre mostrano come il carico cognitivo, la pressione e i limiti temporali indeboliscono la nostra capacità di rigettare le false credenze.
La seconda strategia è chiamata "controllo dell'esposizione". E' un approccio più draconiano: le false credenze possono essere evitate evitando tutte le credenze. Proprio come una persona che fa la dieta e che ama le noccioline sceglie di di evitare i negozi che vendono noccioline, così possiamo provare ad evitare le fonti di informazione che ci portano a credere in cose false. E' una strategia conservativa che pecca dal lato dell'esclusione, consente di escludere le false credenze ma impedisce anche di accettare quelle vere; però, non soffre del problema dell'eccesso di pressione e degli altri fattori che gravano sulla strategia dell'incredulità.

In conclusione, la cosa ottimale pare essere una combinazione di queste strategìe. Quando stiamo relamente provando a valutare la validità di un argomento, per prima cosa dobbiamo fare del nostro meglio per evitare ogni forma di distrazione(spegnere gli schermi, staccare il telefono, insomma isolarsi da da ogni fonte di disturbo). Se invece lo stesso finiamo per essere distratti da qualcosa, allora aspettiamo un momento successivo più favorevole, quando possiamo dedicare alla valutazione il tempo e lo sforzo che ciò richiede; oppure seguiamo semplicemente una strategia di esclusione.

10/19/2006

Speciale Petrolio e Baltico

Speciale Petrolio e Baltico

A Pietroburgo , che affaccia sul mar baltico, ho avuto modo di approfondire una situazione poco conosciuta, ma di cui presto potremmo sentir parlare per le sue ricadute sul prezzo del petrolio.
Sin da quando finì l'Unione Sovietica, il governo russo ha cercato di contrastare l'erosione del suo potere, facendo pagare cara l'energia agli stati baltici; con i recenti rialzi la situazione per questi stati sta divenendo insostenibile.
A prima vista non si capisce il motivo per cui preoccuparsi di ciò che sta avvenendo in questo angolo del mondo. Estonia, Lituania e Lettonia non producono petrolio o gas, e dipendono dalle importazioni per la maggior parte delle risorse naturali di cui abbisognano. Ma queste piccole nazioni giocano un ruolo nel mercato energetico globale, perchè sono la sede dei porti da cui viene spedito il petrolio russo. Fino al 2002 vi erano solo due porti baltici connessi al grande sistema di oleodotti russo: Ventspils in Lettonia e Butinge in Lituania (mentre il porto estone di Tallinn riceve il petrolio da spedire via treno).
Ventspils era il più grande porto del mar baltico, fino a quando la Russia non ha completato i lavori di Primorsk nel 2002. Ed è stato allora che i problemi sono cominciati.
Al cuore della questione c'è la Transfnet che, già dai tempi dell'Unione Sovietica, controlla tutti gli oleodotti russi. Appena Primorsk è stato pronto a partire, la Transfnet non ha visto motivi per continuare a pompare il petrolio a Ventspils, ed ha chiuso il rubinetto. Adesso se la Lettonia vuole trasportare petrolio, ha bisogno che venga portato presso il suo porto via treno. Il che è molto più costoso e meno efficiente rispetto al trasporto via oleodotto. Il calo dei volumi che ne sono conseguiti e i maggiori costi, hanno compresso i margini di profitto del porto lettone , con riflessi sulla ricchezza dell'intera nazione baltica (oggi Ventspils trasporta solo un terzo delle quantità rispetto a prima).
Analaga la situazione del porto lituano di Butinge, anche se questo stato ha mantenuto migliori rapporti con i suoi fornitori russi rispetto a Primorsk, ed oggi trasporta quantitativi superiori rispetto a Ventspils, ma sempre piccoli rispetto a quanto afluisce a Primorsk; e la Russia ha sempre le chiavi del rubinetto... così potrebbe scegliere in qualsiasi momento di chiudere il flusso che arriva a Butinge.

Non si sa quanto sia probabile una mossa simile. In realtà l'area baltica è in difficoltà e le cose possono evolvere velcoemente. Attualmente, Ucraina e Russia stanno lottando per il controllo del sistema degli oleodotti; nel frattempo è riesplosa una disputa sui confini tra Russia ed Estonia, proprio quando sembrava fosse risolta; e la chiusura dei rubuinetti verso la Lettonia non aiuta ovviamente il clima nella regione.
Tutti gli stati baltici stanno avendo problemi a collaborare con la Russia per la sicurezza dei confini , e ad ottenere prezzi equi per le forniture energetiche. E come se non ce ne fosse abbastanza, la Russia ha appena tirato un altro colpo mancino agli stati baltici:
a inizio giugno, il monopolista russo del gas naturale, Gazprom, ha annunciato l'aumento del prezzo del gas fornito ai baltici per i prossimi 3 anni.
In verità, finora i baltici pagavano prezzi bassi rispetto agfli europei circa 90 dollari per mille metri cubi di gas, contro 150, che adesso diverrà il prezzo applicato anche a loro.Il che potrebbe sembrare una mossa ovvia; ma la verità è che Gazprom alza il prezzo anche ai baltici perchè ha bisogno di soldi. Un fondo di investimento russo con azioni Gazprom pubblica ogni anno un analisi sulla società, e dall'ultimo rapporto si evince una carenza di liquidità, derivante dal blocco delle vendite di assets, inoltre emergono pagamenti fiscali esosi, conti non pagati, costi salariali sproporzionatamente alti, e progetti di oleodotti molto cari. Ne deriva che il valore di mercato di Gazprom in relazione alle sue riserve è miniscolo in paragone a quello di compagnie come la BP o la Shell.Infine la produzione di gas del 2004 risulta sorprendentemente simile a quella del 1999, nonostante il ben noto aumento della domanda mondiale. Così i prezzi più alti possono aiutare Gazprom, ma già a quelli attuali gli stati baltici hanno difficoltà. Il lavoratore medio guadagna tra 400 e 500 dollari al mese (un medico in Estonia prende 700 dollari al mese); con salari così bassi, e il clima notriamente gelido di inverno, i prossimi mesi saranno molto difficili , e gli stati baltici pagheranno il prezzo della loro indipendenza politca.
Più preoccupante per noi è la situazione delle esportazioni petrolifere. In media, il porto russo di Primorsk è congelato per 155 giorni l'anno, il che ovviamente danneggia l'export. Con i prezzi più alti, le importazioni di Ventsils possono arrivare a fermarsi, e nessuno sa che effetto , prezzi ed eventi, avranno sulle esportazioni lituane.
Poichè allo stato attuale le esportazioni di petrolio derivanti dai porti baltici ammontano a 1,5 milioni di barili al giorno, anche questa situazione potrebbe andare a impattare sul prezzo del petrolio.